Roma Sparita | Storia e Cultura - «Un popolo che non conosce il proprio passato, origine e cultura è come un albero senza radici» (Marcus Garvey)

Roma Sparita | Storia e Cultura

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La callarostara

La callarostara

E mo ch’er freddo incarza e la staggione
se porta appresso l’acqua, er gelo, er vento,
te vedo n’artravorta sur cantone
co tutto quanto er solito armamento.
Quanto lavori, accosto a quer focone
tu nun te fermi manco pe’ un momento
sventoli, attasti, smovi er padellone
che coce le castagne a foco lento.
Povera vecchia Sei così aggrazziata,
che quanno che te passo da vicino,
me fermo pe’compranne ‘na manciata.
E tu me capi sempre le più belle.
Io imbocco l’osteria,
me fo un quartino,
tramezzo a tante cocce scrocchiarelle.

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Pangiallo romano

Pangiallo romano
Da quasi duemila anni, pur se cannibalizzato da panettoni e pandori, la tradizionale miscela di farina d’orzo, miele e frutta secca tipica dell’epoca romana si trova ancora in alcune pasticcerie della Capitale mentre non manca mai nel resto del Lazio.
Una pagnotta gialla come l’oro e tonda come il sole, da donare con l’auspicio che i lunghi mesi d’inverno si esauriscano in fretta. Ha il fascino della leggenda e la sacralità del rito propiziatorio la miscela di miele, frutta secca e cedro candito che anima la ricetta tradizionale del Pangiallo romano: un dolce che per quasi duemila anni è stato nel Lazio il piatto tipico delle feste natalizie, ma che oggi purtroppo risulta quasi completamente estinto dalle tavole e dai banconi di bar, pasticcerie e fornai della Capitale.
La sua storia è antica quasi quanto Roma. Si tramanda che già nell’età imperiale fosse usanza, in occasione del solstizio d’inverno, preparare e regalare un dolce che per forma e colore ricordasse il sole. Perché la sua parte esterna, di un giallo acceso, avrebbe portato in casa la luce intensa che richiamava il ritorno della bella stagione. In un capitolo dedicato ai dolci del «De re coquinaria» di Apicio, noto «chef» dell’antichità, si trova traccia della ricetta del Pangiallo. Il cuoco consigliava: «mescola nel miele pepato del vino puro, uva passita e della ruta. Unisci a questi ingredienti pinoli, noci e farina d’orzo. Aggiungi le noci raccolte nella città di Avella, tostate e sminuzzate, poi servi in tavola». Col tempo, nei secoli, divenne la specialità dei fornai della città e della regione, nonché il vanto della produzione domestica di dolciumi natalizi

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L’amore

L’amore è sempre bello: da vicino,
da lontano, in finestra, pe’ le scale,
a casa (e si c’è mamma, poco male,
abbasta che je tocchi un po’ er piedino).

L’amore d’anniscosto è tal’e quale:
pôi fa’ l’amore drent’un portoncino…
(si puro c’è davanti un regazzino,
che je fa? È un impiccio che nun vale).

L’amore è sempre bello, in ogno posto!
Però, pe’ parte mia, io v’assicuro
che scejerebbe sempre, a ogni costo,

de fa’ l’amore pe’ li vicoletti:
armeno, se non antro, stai all’oscuro
e so’ più scrocchiarelli li bacetti

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‘A garganella

Àrza la boccia setta ne la mano
mànnela avanti e indietro e cor movélla
fa che pisciali er vino piano piano
come dar becco d’una funtanella
Trattiè’ el respiro pe’un minuto sano,
piega la lingua in forma de scudella, poi succhia
questo, ner parlà’ romano, noi lo chiamamo béve a garganella

Antonio Mun0z
Dipinto: La bevuta a garganella di Édouard Manet (1862/72)

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Mi’ sôcera

È mejo cento vorte avè’ er colera,
la migragna, la febbre scarlattina;
è mejo cento vorte avè’ la guera
che d’avecce la sôcera vicina.

IO che ciò ‘sta disgrazia, sôra Nina,
che me l’ho da cibbà matina e sera,
imptatiribbirmente ogni matina,
fo a Gesù benedetto ‘sta preghiera:

– O caro Gesù mio, pè quell’amore
che portate a’ la Vergine Maria,
libberateme Voi da ‘st’anticore.

E un giorno che viè giù a trovà la fìa,
senza faje provà’ tanto dolore,
fateje roppe’ er collo e … così sia!-

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Quell’occhi

Anima , bella, rosa ricamata
sopra ‘na tela d’oro sopraffina,
come te posso di’ che sei carina
si nun m’abbasta manco er nome “fata”?

Sotto la fronte bianca e scorniciata
da ‘n ammasso de seta fina fina,
tu ciài ‘na rarità proprio divina:
ciài l’occhi de madonna immacolata.

Du’ occhi rilucenti com’er sole,
pieni de vita e pieni de dorcezza,
che parleno e nu’ spiegheno parole!

Occhi affatati! Si v’avessi qui,
fra un bacio appassionato e ‘na carezza,
vorrebbe campà un’ora e poi morì!

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Ponte di Ripetta

“… annorno giù pe’ Ponte de Ripetta, tra la nebbia der cielo nero nero, e sur ponte che allora era de fero, lui t’agguanta la moje co’ na stretta/… S’attacca a ’gni sporgenza der ripiano, co la forza più forte che possiede, lui, pe staccalla mette fori un piede, spigne e je pista tutt’e due le mano/…che lei, da su, come ’n fagotto umano, casca ne l’ombra che non ce poi vedé…”
Questa stornellata romana dell’epoca fa riferimento ad un fatto di cronaca nera accaduto nella Capitale d’Italia nel 1890.
Protagonisti il giardiniere Augusto Formilli, 41 anni e sua moglie Rosa Angeloni di 45.
Tra i due vi erano state violente liti a causa di un’avvente Teresa, ventenne conosciuta dall’uomo alla festa de’ Noantri. Il Formilli, per qualche tempo, aveva anche abbandonato il tetto familiare per poter liberamente sacrificare a Venere. Alla bella Teresa aprì, non senza sofferenze economiche, un negozio di merceria a Campo Marzio. Per le insistenze della legittima consorte, il nostro tornò in famiglia, anche se in cuor suo malvolentieri, e fece buon viso a cattivo gioco.
Una sera d’estate i due coniugi si recarono a cena, dopo una passeggiata in carrozzella (che a quei tempi, evidentemente, era abbordabile anche dal popolo), in una osteria ora scomparsa in via Tomacelli, che si chiamava “Cesare er fornaciaro”. Dopo cena si incamminarono sull’allora ponte di ferro a Ripetta per una passeggiata, visto che essi abitavano al Rione Ponte e si diressero verso piazza Cavour. Ad un certo punto, probabilmente dopo un’ennesima discussione, l’uomo afferrò la donna per la vita, la sollevò con forza erculea e la gettò dal parapetto, ove però essa rimase disperatamente aggrappata. Il Formilli, a suon di calci e pugni, riuscì a farle mollare la presa e la poveretta finì nel Tevere. La scena, però, non era sfuggita a tre giovani che si trovavano sul ponte intenti a parlare tra loro. Richiamati dalle grida del litigio, avevano osservato tutta la storia. Uno di loro fu lasciato a sorvegliare da lontano l’omicida, mentre gli altri due corsero a chiamare la Polizia.
Formilli, data l’oscurità, ebbe buon gioco e scomparve. Le indagini, però, portarono subito alla sua identificazione: nel frattempo era riuscito a raggiungere un amico di nome Sala a Milano. Forse proprio su consiglio di questi, egli si costituì. Il processone ebbe luogo “ai Filippini”, il famoso oratorio alla Chiesa Nuova, ove era la Corte d’Assise.
Secondo le cronache del tempo, già dalla sera precedente l’8 maggio 1891, vi furono persone che bivaccarono innanzi all’aula per essere le prime ad entrare e non perdersi lo spettacolo che sarebbe iniziato alle 9.
Sulle prime l’uomo tentò di negare, ma la testimonianza dei tre testimoni lo inchiodò. Come era d’obbligo, fu difeso, naturalmente a scopo pubblicitario e gratuito, da un celebre Cicerone dell’epoca, l’avvocato Giovanni Battista Avellone, la cui facondia nulla poté contro un agguerritissima pubblica accusa ed il furor di popolo che lo voleva morto.
Fu condannato a 30 anni con buona pace di tutti.

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Robertino Loreti

Robertino nasce a Roma il 22 ottobre 1947, da una famiglia numerosa di otto figli, che doveva tirare avanti con molti sacrifici. Il suo nome è Roberto Loreti. Mentre frequentava la quinta elementare suo padre si ammala; per aiutare la famiglia trova lavoro come fornaio-pasticcere e durante le sue consegne in bicicletta per le osterie di Trastevere, in Roma, canticchia motivi di canzoni popolari.
A 11 anni canta nelle osterie caratteristiche romane. Robertino, più felice che mai, può così essere ancora più utile alla mamma. Quale capo-corista, prende parte a una recita nella Città del Vaticano alla presenza del Papa della bontà Giovanni XXIII il quale lo ascoltò commosso tanto da volerlo conoscere.
In quel periodo si esibiva nel caffè concerto Grand’Italia di Piazza Esedra a Roma è in una di queste occasioni che conosce il grande Totò e il regista della televisione danese Volmer Soresen che lo scritturò dando inizio alla sua fortuna. Robertino, accompagnato dal padre, si reca in Danimarca dove incide i primi dischi e inizia la sua attività televisiva.
Tra un successo e l’altro la sua popolarità raggiunge il Nord Europa: dalla Svezia alla Norvegia, dalla Finlandia all’Islanda, al Belgio, all’Inghilterra, per proseguire in Germania, Francia, Spagna, Svizzera, Austria. Torna in Italia per abbracciare la madre e per partecipare a numerosi festival, tra cui il Festival di Sanremo e il Festival di Napoli (vinto nel ‘66 con S. Bruni).
Lo attendono turnèe trionfali in America e Canada, Russia, Giappone e Australia. Una carriera strepitosa e rapidissima. In America, dove è soprannominato “Golden Boy”, si è esibito nei più famosi programmi televisivi come “Ed Sullivan Show” e “Steeve Laurence” con P. Anka e nei più importanti Teatri come Carnegie-Hall e il Madison Square Garden.E’ famoso in Mexico col nome di “Senor Simpatia” e in Russia come “Mister Jamaica”. Nel Nord Europa è conosciuto come il “Menestrello della canzone italiana”. Inoltre viene chiamato “La voce dello spazio” per la passione che aveva il cosmonauta sovietico J. Gagarin per le sue canzoni e perchè la prima cosmonauta Valentina Tereskova, durante il volo spaziale ascoltava via radio nell’astronave sovietica “Vostok”, le canzoni interpretate da Robertino, che ancora oggi si ascoltano nelle strade di Mosca e altre località sovietiche…

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Sorella Morte a Roma

“Nei secoli scorsi, quando Roma era più piccola, non aveva una vera e propria necropoli. Piccoli cimiteri erano disseminati un po’ ovunque, accanto alle chiese o all’interno dei chiostri, negli ospedali o presso le...

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L’ombra dell’ucciso

L’ombra dell’ucciso (Dai ricordi di un cronista)

Di quella notte terribile ho riportato un ricordo per tutta la vita. Altri tempi. La « cronaca nera >> doveva farsi a grandi linee ed entrare in ogni tristo particolare per saziare il «popolino» ancor indietro di molt’anni dal viver sano. Anche noi cromstl era-vamo mortificati di dover dare in pasto al pubblico tanti segreti familiari custoditi gelosamente. Basta. Quella notte, era di febbraio del 1919, freddo, pioggia e vento, precisamente l’ultimo giorno di Carnevale. Prestavo servizio in un gran giornale del mattino, uscito per circa un anno nel sùbito dopoguerra, con lusso e mezzi fantastici. Quella notte tutti i cronisti eran tornati dal giro degli ospedali e degli uffici di P. S. a «sacco vuoto». -La gente ha più voglia di divertirsi -sentenziò il capocronista -che di regalarsi coltellate, siamo in Carnevale! Eravamo tranquilli, e i miei tre o quattro colleghi si squagliarono lasciandomi di « guardia». Spensi le luci del salone di cronaca, e cercai di dormir un poco, in attesa delle quattro del mattino, ora in cui avrei rincasato. Era passata appena mezzanotte quando lo squillo del telefono mi fece balzar in piedi. Corsi all’apparecchio; era il funzionario di notturna alla Questura, che mi dava questa notizia: «Stanotte sulla sponda sinistra del Tevere in località «Ponticello» fuori Porta San Paolo è stato rinvenuto il cadavere di uno sconosciuto ucciso con un colpo d’arma da taglio al collo. È un delitto per cui sono in corso le indagini». Era un «fattaccio» per cui, in quell’epoca, occorreva «buttar giù» due o tre colonne almeno. Corsi in tipografia ad avvertire il mio capocronista, che senza alzar gli occhi dal banco d’impaginazione mi disse: «Corri sul posto, raccogli tutti i particolari e vieni subito, mi raccomando». Presi l’impermeabile e mi buttai nella carrozza chiusa pronta al servizio di cronaca. Dissi al vetturino Gigi: «Subito a San Paolo; hanno ammazzato uno». Il brav’uomo, pratico del mestiere, frustò la povera «Giuliana», una forte e veloce cavallina, e via di corsa. Strade deserte, battute dalla pioggia, che veniva giù a vento come se non avesse piovuto mai. Era il caso di dire: una tempesta in cielo, in terra un omicidio! Giunsi al «Ponticello», località allora deserta a circa due chilometri dalla basilica ostiense. Nessuno, solamente una casetta bassa in un vasto prato. Sulla porta c’era scritto: Osteria del Ponte. Ma l’ingresso era chiuso. Catenelle di carta colorata penzolavano bagnate sull’uscio; evidentemente c’era stata qualche festa, un ballo … Bussai.
Nessuno, silenzio profondo. Continuava a piovere, il tuono rumoreggiava lontano, mentre si sentiva distinto poco distante il gorgogliare del fiume in piena. Volsi lo sguardo intorno: nessuno. Gigi, dall’alto della cassetta sotto «l’ombrellone>> gocciolante, mi guardava. Come si fa? Cosa dovevo scrivere? E il tempo passava; il tempo, per noi cronisti, è il peggior nemico in simili casi! Andai alla vicina caserma dei carabinieri, dove un piantone tra la veglia e il sonno mi disse che tutti erano usciti a cavallo insieme al maresciallo per le indagini, e non sapeva nulla! Decisi di tornare in redazione e scrivere di maniera un « pezzo ». Gigi fu dello stesso parere e prendemmo la via del ritorno. Giunti proprio vicino alla basilica, il vetturino si fermò, e aperto lo sportello mi disse: -Guardate, sotto quel lampione vicino al muro c’è un uomo. Che sapesse qualche cosa?- Volevo continuar la strada; poi per non sembrare svogliato e negligente, mi decisi ad interrogare lo sconosciuto. Ci avvicinammo con la vettura, e fatto schiudere il cristallo dello sportello chiamai. L’uomo s’avanzò col passo dinoccolato dei contadini, e fermatosi avanti la carrozza si appoggiava al bracciolo che sorreggeva il fanale di sinistra, in modo che la sua faccia era interamente illuminata mentre io rimanevo nell’ombra. Quella strana figura non la dimenticherò mai. Si trattava di un campagnolo sui quarant’anni, dalla pelle olivastra, baffi neri spioventi e due occhi neri piccolissimi. Le spalle robuste eran coperte da un grande mantello, col bavero guarnito di finto astracan. Indossava sotto la «cacciatora» una camicia di flanella grigia e per cravatta un cordoncino di seta che finiva all’estremità con due pallucce di lana. Teneva il cappello fradicio di pioggia calato fin sugli occhi. Mi spiegai subito, domandandogli se avesse saputo niente di un omicidio. Lui m’interruppe secco: -Altro che, c’ero io -e aggiunse -: so tutto. Rimasi meravigliato e allora mi narrò in tutti i suoi tristi particolari l’accaduto, facendomi nomi e cognomi dei protagonisti. Si trattava di una tragedia di gelosia che aveva avuto il triste epilogo in quella oscura notte carnevalesca. All’Osteria del Ponte, si erano riuniti per ballare alcuni operai della costruenda linea Roma-Ostia. Vi avevano partecipato anche alcuni contadini dei vicini casali. La moglie di un colono fu veduta ballar molte volte con un assistente. Sui due correvano già voci di una relazione. Il marito, ingelosito e preso dal vino, aveva affrontato il rivale ed era corsa la sfida. L’assistente, armatosi di una scure e il campagnolo d’un coltellaccio, s’eran dati convegno lontano dall’osteria. Il primo, più forte e più giovane, aveva avuto ragione sull’avversario che in breve era caduto al suolo colpito da un’accettata al collo. -Ma com’è che non mi è riuscito di trovare il cadavere? -dissi dopo aver ascoltato il racconto, e aver preso i miei appunti. -Dalla strada non si vede, perchè il « duello » è avvenuto sulla scarpata del fiume, e l’uomo è precipitato in mezzo ad un canneto, per poco non è finito in acqua -disse lo sconosciuto quasi ridendo. Mi salutò e si allontanò nella notte! Che fare? anche il vetturino aveva inteso tutto. Volli constatare dove si trovava la salma anche per accertare la verità, e tornammo indietro. Ritrovammo l’osteria. Dissi allora a Gigi: -Stacca un fanale, e accompagnami attraverso il prato, altrimenti temo di finire dentro qualche buca. Il buon Gigi, prese un lampione, dopo aver attaccato il cavallo ad un albero, e mi accompagnò. Giungemmo sul luogo. Infatti sotto di noi, presso il canneto, lungo l’erbosa scarpata trovammo un carabiniere incappottato che piantonava il cadavere. Chiesi di poterlo vedere e il milite, dopo breve discussione, alzò l’incerata che copriva l’ucciso. Udii uno strillo, mentre il fanale cadeva di mano a Gigi, il quale con voce roca dalla paura gridava: -Ma è lui, è proprio lui, quello della chiesa. Infatti, ai nostri piedi era steso con una larga ferita al collo da dove era uscito in abbondanza il sangue l’uomo del racconto. Lo stesso viso, gli stessi indumenti: con quegli occhi neri piccoli sbarrati, fuori dell’orbita, sembrava ancora che ci volesse parlare. Basta, mi ci volle del bello e del buono per incoraggiare il buon Gigi a tornar indietro, Risaliti in vettura, frustò a sangue la povera «Giuliana», che ventre a terra mi riportò al giornale. Non dissi nulla, scrissi il fattaccio come mi aveva raccontato «lui». Al mattino il giornale uscì con questo titolo, su tre colonne: « Il duello rusticano di stanotte a San Paolo. Uccide il marito dell’amante con un colpo di scure al collo dopo un ballo all’Osteria del Ponticello. Le affannose ricerche dell’assassino ». Verso le dieci del mattino mi destò a casa un funzionario della Centrale, il quale veniva ad avvertirmi che il Questore mi voleva parlare. Corsi dall’ottimo commendatore il quale mi comunicò la costituzione dell’assassino. Poi aggiunse: -Dimmi un po’, caro Teg, da chi hai avuto tanti precisi particolari? -Da chi? -risposi -Ma dal morto. Il Questore si mise a ridere …

Mario Mangano (Tegamino)