Letteratura Archivio - Roma Sparita | Storia e Cultura

Category: Letteratura

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Serata Romana

Dove vai per le strade di Roma,
sui filobus o tram in cui la gente,
ritorna? In fretta, ossesso, come,
ti aspettasse il lavoro paziente,
da cui a quest’ora gli altri rincasano?
E’ il primo dopocena, quando il vento,
sa di calde miserie familiari,
perse nelle mille cucine, nelle,
lunghe strade illuminate,
su cui più chiare spiano le stelle.
Nel quartiere borghese, c’è la pace,
di cui ognuno dentro si contenta,
anche vilmente, e di cui vorrebbe,
piena ogni sera della sua esistenza.
Ah , essere diverso – in un mondo che pure,
è in colpa – significa non essere innocente…
[…]

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Le “Capanne” di Ripetta

Un testo un po’ lungo ma più Roma Sparita di così non si potrebbe: le Capanne (gli stabilimenti balneari) sul fiume Tevere, con i loro personaggi, le loro storie.
“Ma, se hai creduto bene di andartene, è inutile di starsi a rammaricare; tanto più che oramai, qui sulle due belle nostre rive del Tevere, noi ci siamo assuefatti e rassegnati da tempo a vedere che tutto se ne va. Tutto! Non soltanto i tuoi croccanti amaretti, le tue pagnottelle imbottite e le tue saponette rosse, gialle, verdi e turchine, caro e povero Spillman; ma le usanze e i costumi, gli abiti e le abitudini, i giuochi e le feste, i gesti e le parole, i giardini e le ville, le mura e i palazzi, le strade e le botteghe, gli alberi e le torri, le Porte ei monumenti. Tutto! E fra non molto, ahimè!, dovranno andarsene anche le «Capanne»; scacciate dai muraglioni, bianchi, monotoni e uggiosi dei Lungo Tevere, i quali tra poco si metteranno a sedere sulle sponde boscose e pittoresche del nostro bel fiume biondo ed antico, per non rialzarsi mai più, dovranno andarsene anch’esse.
E poichè tutto se ne va, poso la penna e, per non restar solo, me ne vado anch’io.”

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Er dua de frebbaro

Uh! cch’edè ttanta folla a la parrocchia?
Perch’entri tutta eh! nunn j’abbasta un’ora.
E in sta cchiesa piú cciuca d’una nocchia
sai cuanti n’hanno da restà de fora!

Senti, senti la porta come scrocchia!
Guarda si ccome er gommito lavora!
Ma pperché ttanta ggente s’infinocchia
drento? Ah è vvero, sí, sí, è la cannelora.

Ecco perché er facchino e ffra Mmicchele
usscirno dar drughiere co una scesta
jeri de moccoletti e dde cannele.

Tra ttanta divozzione e ttanta festa
tu a ste ggente però llevejje er mele
de la cannela, eppoi conta chi rresta.

G. G. Belli Roma, 2 febbraio 1833

Veduta di Roma 1

Roma – Gogol

“Come un cacciatore che esca di buon mattino, come un antico cavaliere alla ricerca di avventure, ogni giorno egli andava a scoprire sempre nuovi portenti e senza volerlo si fermava se d’un tratto, nel mezzo di un vicolo, insignificante, gli si ergeva davanti un palazzo che spirava austera, cupa solennità: le massicce mura imperiture erano costruite in scuro travertino, coronava la sommità un colossale cornicione splendidamente composto, il portale era incorniciato da lastre di marmo e le finestre occhieggiavano con imponenza, cariche di opulenti fregi architettonici….[continua a leggere….]

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Perché sta a Roma lei, signor Meis?

– Perché sta a Roma lei, signor Meis?

Mi strinsi ne le spalle e gli risposi:

– Perché mi piace di starci…

– Eppure è una città triste, – osservò egli, scotendo il capo. – Molti si meravigliano che nessuna impresa vi riesca, che nessuna idea viva vi attecchisca. Ma questi tali si meravigliano perché non vogliono riconoscere che Roma è morta. [ Continua a leggere… ]

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1943

“Il cancello era aperto: non c’era nessuno di guardia all’esterno, e nemmeno dal casotto della polizia, subito al di là del cancello, nessuno la richiamò. A forse una decina di passi dall’entrata, si cominciò ad udire a qualche distanza un orrendo brusio, che non si capiva, in quel momento, da dove precisamente venisse. Quella zona della stazione appariva, attualmente, deserta e oziosa; e le sole presenze che si scorgessero erano, al di là dal limite dello scalo, distanti entro la zona della ferrovia principale, due o tre inservienti del personale ordinario, dall’apparenza tranquilla.
Verso la carreggiata obliqua di accesso ai binari, il suono aumentò di volume. Non era, come Ida s’era già indotta a credere, il grido degli animali ammucchiati nei trasporti, che a volte s’udiva echeggiare in questa zona. Era un vocio di folla umana, proveniente, pareva, dal fondo delle rampe, e Ida andò dietro a quel segnale, per quanto nessun assembramento di folla fosse visibile fra le rotaie di smistamento e di manovra che s’incrociavano sulla massicciata intorno a lei. Nel suo tragitto, che a lei parve chilometrico e sudato come una marcia nel deserto (in realtà erano forse una trentina di passi) essa non incontrò nessuno, salvo un macchinista solitario che mangiavada un cartoccio, vicino a una locomotiva spenta, e non le disse nulla. Forse, anche i pochi sorveglianti erano andati a mangiare. Doveva essere mezzogiorno passato da poco.

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Roma Sonora

La buona acustica non è che il corollario, la limpida conferma della bella architettura. Sono le stesse leggi di trasmissioni, di ritmo, di equilibrio e d’elasticità: tutto parte, rimbalza, si moltiplica, si accorda, ritorna; così anche il suono, come l’acqua, corre vivo, come la luce, echeggia sui marmi monumentali.
Per questa ragione Roma è la città più sonora del Mediterraneo. Tutte le voci del mondo si concentrano là. E’ una conchiglia. Il suono non muore mai, non si cheta, scroscia nei suoi meandri; venature, cavità, orifizi lo riconducono all’aria.
Sotto i tuoi piedi c’è il dedalo: catacombe, cripte, labirinti – canali evacuati dalla storia – Roma è costruita sul vuoto. […]
A mezzodì il colpo di cannone si ripercuote e sfiata nell’azzurro e i sette colli si danno la voce.
Poi tre timbri , tre note fondamentali riprendono il discorso di prima: la pietra, il bronzo e l’acqua.
Più tardi il sole picchia sulla cupola delle basiliche come il martello sull’incudine.
Continua a leggere…

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Il pianto della scavatrice

[…]Stupenda e misera città,
che m’hai insegnato ciò che allegri e feroci
gli uomini imparano bambini,

le piccole cose in cui la grandezza
della vita in pace si scopre, come
andare duri e pronti nella ressa

delle strade, rivolgersi a un altro uomo
senza tremare, non vergognarsi
di guardare il denaro contato

con pigre dita dal fattorino
che suda contro le facciate in corsa
in un colore eterno d’estate;

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Li giornalisti

Ma l’arte, amore mio, so’ tutte eguale
E quanno le vòi fa’ senza talento,
Tu hai voja a faticà’, ne pòi fa’ cento,
Che all’urtimo so’ tutte tale e quale.

Io che fo? Venno er fojo der giornale:
Me capo er più ber fatto che c’è drento,
Je do fiato a la voce, sentimento,
E ce ricavo sempre la morale.

Guarda jeri: che c’era? Roba andante!
Er solo morto de quer fruttarolo
Che scoperse la moje co’ l’amante.

E che antro? Gnent’antro, t’aricordi?
Eppure, vedi, co’ quer morto solo
Ci ho guadambiato venticinque sòrdi.

Cesare Pascarella

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E’ Romano de Roma

Er vero romano de Roma, è strafottentissimo e sse ne… sgrulla artissimamente fino (e ppuro un
po’ ppiù ssu), de li sette cèli!
Nun pô ssofrì’ la lègge: tutto quello che je sa d’ubbidienza, nu’ lo pò ignòtte.
Chi jé la fa jé la scónta: quanno ariceve quarch’affronto, sé vô aripagà’ dda sé: nun vô
impiccioni dé mezzo: ni cherubbigneri, ni tribbunali: a la ggiustizia (e ha millanta raggione!) nun
ce crede.
Er vero romano de Roma, nun sa ffa’ er ciarlatano. Si è ômo de talento, nun se sa apprezzà’; sse ne
stà aritirato come una lumaca in de la su’ côccia.
Vorebbe avécceli io tanti scudi pe’ quanti artistoni èstri e nnostrali, passeno pe’ gran talentoni, e
nun valerebbeno una cica, si in de li loro studi nun ciavéssino tamanti de veri artisti romaneschi
che a vvedélli nu’ li pagheréssivo un sôrdo, e cche ffanno statuve, quadri e ccose prezziose da
strasecolà’, llavoranno a ggiornata a sei o a ssette scudi ar giorno.
Finita ch’hanno la statuva o er quadro, ariva l’artistone magno, conosciuto in culibusmunni, ce
mette la su’ firma e ttócca la viòla!
E quello che ha ffatto la statuva, er vero ’utore, la sera, lo troverete in d’un osteria a ggiócà’ a
ccarte e a imbriacasse, sgrullànnosene artissimanlente de la grolia e dde’ tutti: è vvero però che
mmôre ne la miseria.