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L’ombra dell’ucciso

L’ombra dell’ucciso (Dai ricordi di un cronista)

Di quella notte terribile ho riportato un ricordo per tutta la vita. Altri tempi. La « cronaca nera >> doveva farsi a grandi linee ed entrare in ogni tristo particolare per saziare il «popolino» ancor indietro di molt’anni dal viver sano. Anche noi cromstl era-vamo mortificati di dover dare in pasto al pubblico tanti segreti familiari custoditi gelosamente. Basta. Quella notte, era di febbraio del 1919, freddo, pioggia e vento, precisamente l’ultimo giorno di Carnevale. Prestavo servizio in un gran giornale del mattino, uscito per circa un anno nel sùbito dopoguerra, con lusso e mezzi fantastici. Quella notte tutti i cronisti eran tornati dal giro degli ospedali e degli uffici di P. S. a «sacco vuoto». -La gente ha più voglia di divertirsi -sentenziò il capocronista -che di regalarsi coltellate, siamo in Carnevale! Eravamo tranquilli, e i miei tre o quattro colleghi si squagliarono lasciandomi di « guardia». Spensi le luci del salone di cronaca, e cercai di dormir un poco, in attesa delle quattro del mattino, ora in cui avrei rincasato. Era passata appena mezzanotte quando lo squillo del telefono mi fece balzar in piedi. Corsi all’apparecchio; era il funzionario di notturna alla Questura, che mi dava questa notizia: «Stanotte sulla sponda sinistra del Tevere in località «Ponticello» fuori Porta San Paolo è stato rinvenuto il cadavere di uno sconosciuto ucciso con un colpo d’arma da taglio al collo. È un delitto per cui sono in corso le indagini». Era un «fattaccio» per cui, in quell’epoca, occorreva «buttar giù» due o tre colonne almeno. Corsi in tipografia ad avvertire il mio capocronista, che senza alzar gli occhi dal banco d’impaginazione mi disse: «Corri sul posto, raccogli tutti i particolari e vieni subito, mi raccomando». Presi l’impermeabile e mi buttai nella carrozza chiusa pronta al servizio di cronaca. Dissi al vetturino Gigi: «Subito a San Paolo; hanno ammazzato uno». Il brav’uomo, pratico del mestiere, frustò la povera «Giuliana», una forte e veloce cavallina, e via di corsa. Strade deserte, battute dalla pioggia, che veniva giù a vento come se non avesse piovuto mai. Era il caso di dire: una tempesta in cielo, in terra un omicidio! Giunsi al «Ponticello», località allora deserta a circa due chilometri dalla basilica ostiense. Nessuno, solamente una casetta bassa in un vasto prato. Sulla porta c’era scritto: Osteria del Ponte. Ma l’ingresso era chiuso. Catenelle di carta colorata penzolavano bagnate sull’uscio; evidentemente c’era stata qualche festa, un ballo … Bussai.
Nessuno, silenzio profondo. Continuava a piovere, il tuono rumoreggiava lontano, mentre si sentiva distinto poco distante il gorgogliare del fiume in piena. Volsi lo sguardo intorno: nessuno. Gigi, dall’alto della cassetta sotto «l’ombrellone>> gocciolante, mi guardava. Come si fa? Cosa dovevo scrivere? E il tempo passava; il tempo, per noi cronisti, è il peggior nemico in simili casi! Andai alla vicina caserma dei carabinieri, dove un piantone tra la veglia e il sonno mi disse che tutti erano usciti a cavallo insieme al maresciallo per le indagini, e non sapeva nulla! Decisi di tornare in redazione e scrivere di maniera un « pezzo ». Gigi fu dello stesso parere e prendemmo la via del ritorno. Giunti proprio vicino alla basilica, il vetturino si fermò, e aperto lo sportello mi disse: -Guardate, sotto quel lampione vicino al muro c’è un uomo. Che sapesse qualche cosa?- Volevo continuar la strada; poi per non sembrare svogliato e negligente, mi decisi ad interrogare lo sconosciuto. Ci avvicinammo con la vettura, e fatto schiudere il cristallo dello sportello chiamai. L’uomo s’avanzò col passo dinoccolato dei contadini, e fermatosi avanti la carrozza si appoggiava al bracciolo che sorreggeva il fanale di sinistra, in modo che la sua faccia era interamente illuminata mentre io rimanevo nell’ombra. Quella strana figura non la dimenticherò mai. Si trattava di un campagnolo sui quarant’anni, dalla pelle olivastra, baffi neri spioventi e due occhi neri piccolissimi. Le spalle robuste eran coperte da un grande mantello, col bavero guarnito di finto astracan. Indossava sotto la «cacciatora» una camicia di flanella grigia e per cravatta un cordoncino di seta che finiva all’estremità con due pallucce di lana. Teneva il cappello fradicio di pioggia calato fin sugli occhi. Mi spiegai subito, domandandogli se avesse saputo niente di un omicidio. Lui m’interruppe secco: -Altro che, c’ero io -e aggiunse -: so tutto. Rimasi meravigliato e allora mi narrò in tutti i suoi tristi particolari l’accaduto, facendomi nomi e cognomi dei protagonisti. Si trattava di una tragedia di gelosia che aveva avuto il triste epilogo in quella oscura notte carnevalesca. All’Osteria del Ponte, si erano riuniti per ballare alcuni operai della costruenda linea Roma-Ostia. Vi avevano partecipato anche alcuni contadini dei vicini casali. La moglie di un colono fu veduta ballar molte volte con un assistente. Sui due correvano già voci di una relazione. Il marito, ingelosito e preso dal vino, aveva affrontato il rivale ed era corsa la sfida. L’assistente, armatosi di una scure e il campagnolo d’un coltellaccio, s’eran dati convegno lontano dall’osteria. Il primo, più forte e più giovane, aveva avuto ragione sull’avversario che in breve era caduto al suolo colpito da un’accettata al collo. -Ma com’è che non mi è riuscito di trovare il cadavere? -dissi dopo aver ascoltato il racconto, e aver preso i miei appunti. -Dalla strada non si vede, perchè il « duello » è avvenuto sulla scarpata del fiume, e l’uomo è precipitato in mezzo ad un canneto, per poco non è finito in acqua -disse lo sconosciuto quasi ridendo. Mi salutò e si allontanò nella notte! Che fare? anche il vetturino aveva inteso tutto. Volli constatare dove si trovava la salma anche per accertare la verità, e tornammo indietro. Ritrovammo l’osteria. Dissi allora a Gigi: -Stacca un fanale, e accompagnami attraverso il prato, altrimenti temo di finire dentro qualche buca. Il buon Gigi, prese un lampione, dopo aver attaccato il cavallo ad un albero, e mi accompagnò. Giungemmo sul luogo. Infatti sotto di noi, presso il canneto, lungo l’erbosa scarpata trovammo un carabiniere incappottato che piantonava il cadavere. Chiesi di poterlo vedere e il milite, dopo breve discussione, alzò l’incerata che copriva l’ucciso. Udii uno strillo, mentre il fanale cadeva di mano a Gigi, il quale con voce roca dalla paura gridava: -Ma è lui, è proprio lui, quello della chiesa. Infatti, ai nostri piedi era steso con una larga ferita al collo da dove era uscito in abbondanza il sangue l’uomo del racconto. Lo stesso viso, gli stessi indumenti: con quegli occhi neri piccoli sbarrati, fuori dell’orbita, sembrava ancora che ci volesse parlare. Basta, mi ci volle del bello e del buono per incoraggiare il buon Gigi a tornar indietro, Risaliti in vettura, frustò a sangue la povera «Giuliana», che ventre a terra mi riportò al giornale. Non dissi nulla, scrissi il fattaccio come mi aveva raccontato «lui». Al mattino il giornale uscì con questo titolo, su tre colonne: « Il duello rusticano di stanotte a San Paolo. Uccide il marito dell’amante con un colpo di scure al collo dopo un ballo all’Osteria del Ponticello. Le affannose ricerche dell’assassino ». Verso le dieci del mattino mi destò a casa un funzionario della Centrale, il quale veniva ad avvertirmi che il Questore mi voleva parlare. Corsi dall’ottimo commendatore il quale mi comunicò la costituzione dell’assassino. Poi aggiunse: -Dimmi un po’, caro Teg, da chi hai avuto tanti precisi particolari? -Da chi? -risposi -Ma dal morto. Il Questore si mise a ridere …

Mario Mangano (Tegamino)