Letteratura Archivio - Roma Sparita | Storia e Cultura

Category: Letteratura

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I discorsi del tempo in un viaggio in Italia

O Roma, il cui segreto nome Iddio ci ha rivelato, eterna città, o Patria del cuor mio,
chi ti rammenta e non s’inchina, o termine di consiglio eterno, più non intende il mistero de’secoli.
Come alle forze unite una forza, e a’ membri viventi l’anima, o il sole a’ pianeti,
e al concorde veleggiare degli astri per lo spazio interminato un’unica meta,
com’a’ pensieri melodiosi un’idea, e a’ consorti amori un amore,
o agli spiriti uno spirito che tutti gli abbraccia,
tu, o Roma, sei l’unità dell’unione, centro de’tempi,
universalità del genere umano

Augusto Conti

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Mausoleo di Cecilia Metella

Esiste una severa torre di altri tempi,
salda come una fortezza, con la sua difesa di pietra,
simile a quelle che frustrano la forza di un esercito
anche se si ergono con metà soltanto dei loro bastioni,
e con l’edera di duemila anni, la ghirlanda dell’Eternità,
dove ondeggiano le verdi foglie gettate dal Tempo ovunque;
dov’era questa torre forte?
Nella sua caverna quale tesoro giace così “ rinchiuso, così “ nascosto”?
La tomba di una donna

George Byron
Quarto canto dell’opera Pellegrinaggio del cavaliere Aroldo, 1812/13

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Serata Romana

Dove vai per le strade di Roma,
sui filobus o tram in cui la gente,
ritorna? In fretta, ossesso, come,
ti aspettasse il lavoro paziente,
da cui a quest’ora gli altri rincasano?
E’ il primo dopocena, quando il vento,
sa di calde miserie familiari,
perse nelle mille cucine, nelle,
lunghe strade illuminate,
su cui più chiare spiano le stelle.
Nel quartiere borghese, c’è la pace,
di cui ognuno dentro si contenta,
anche vilmente, e di cui vorrebbe,
piena ogni sera della sua esistenza.
Ah , essere diverso – in un mondo che pure,
è in colpa – significa non essere innocente…
[…]

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Le “Capanne” di Ripetta

Un testo un po’ lungo ma più Roma Sparita di così non si potrebbe: le Capanne (gli stabilimenti balneari) sul fiume Tevere, con i loro personaggi, le loro storie.
“Ma, se hai creduto bene di andartene, è inutile di starsi a rammaricare; tanto più che oramai, qui sulle due belle nostre rive del Tevere, noi ci siamo assuefatti e rassegnati da tempo a vedere che tutto se ne va. Tutto! Non soltanto i tuoi croccanti amaretti, le tue pagnottelle imbottite e le tue saponette rosse, gialle, verdi e turchine, caro e povero Spillman; ma le usanze e i costumi, gli abiti e le abitudini, i giuochi e le feste, i gesti e le parole, i giardini e le ville, le mura e i palazzi, le strade e le botteghe, gli alberi e le torri, le Porte ei monumenti. Tutto! E fra non molto, ahimè!, dovranno andarsene anche le «Capanne»; scacciate dai muraglioni, bianchi, monotoni e uggiosi dei Lungo Tevere, i quali tra poco si metteranno a sedere sulle sponde boscose e pittoresche del nostro bel fiume biondo ed antico, per non rialzarsi mai più, dovranno andarsene anch’esse.
E poichè tutto se ne va, poso la penna e, per non restar solo, me ne vado anch’io.”

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Er dua de frebbaro

Uh! cch’edè ttanta folla a la parrocchia?
Perch’entri tutta eh! nunn j’abbasta un’ora.
E in sta cchiesa piú cciuca d’una nocchia
sai cuanti n’hanno da restà de fora!

Senti, senti la porta come scrocchia!
Guarda si ccome er gommito lavora!
Ma pperché ttanta ggente s’infinocchia
drento? Ah è vvero, sí, sí, è la cannelora.

Ecco perché er facchino e ffra Mmicchele
usscirno dar drughiere co una scesta
jeri de moccoletti e dde cannele.

Tra ttanta divozzione e ttanta festa
tu a ste ggente però llevejje er mele
de la cannela, eppoi conta chi rresta.

G. G. Belli Roma, 2 febbraio 1833

Veduta di Roma 1

Roma – Gogol

“Come un cacciatore che esca di buon mattino, come un antico cavaliere alla ricerca di avventure, ogni giorno egli andava a scoprire sempre nuovi portenti e senza volerlo si fermava se d’un tratto, nel mezzo di un vicolo, insignificante, gli si ergeva davanti un palazzo che spirava austera, cupa solennità: le massicce mura imperiture erano costruite in scuro travertino, coronava la sommità un colossale cornicione splendidamente composto, il portale era incorniciato da lastre di marmo e le finestre occhieggiavano con imponenza, cariche di opulenti fregi architettonici….[continua a leggere….]

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Perché sta a Roma lei, signor Meis?

– Perché sta a Roma lei, signor Meis?

Mi strinsi ne le spalle e gli risposi:

– Perché mi piace di starci…

– Eppure è una città triste, – osservò egli, scotendo il capo. – Molti si meravigliano che nessuna impresa vi riesca, che nessuna idea viva vi attecchisca. Ma questi tali si meravigliano perché non vogliono riconoscere che Roma è morta. [ Continua a leggere… ]

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1943

“Il cancello era aperto: non c’era nessuno di guardia all’esterno, e nemmeno dal casotto della polizia, subito al di là del cancello, nessuno la richiamò. A forse una decina di passi dall’entrata, si cominciò ad udire a qualche distanza un orrendo brusio, che non si capiva, in quel momento, da dove precisamente venisse. Quella zona della stazione appariva, attualmente, deserta e oziosa; e le sole presenze che si scorgessero erano, al di là dal limite dello scalo, distanti entro la zona della ferrovia principale, due o tre inservienti del personale ordinario, dall’apparenza tranquilla.
Verso la carreggiata obliqua di accesso ai binari, il suono aumentò di volume. Non era, come Ida s’era già indotta a credere, il grido degli animali ammucchiati nei trasporti, che a volte s’udiva echeggiare in questa zona. Era un vocio di folla umana, proveniente, pareva, dal fondo delle rampe, e Ida andò dietro a quel segnale, per quanto nessun assembramento di folla fosse visibile fra le rotaie di smistamento e di manovra che s’incrociavano sulla massicciata intorno a lei. Nel suo tragitto, che a lei parve chilometrico e sudato come una marcia nel deserto (in realtà erano forse una trentina di passi) essa non incontrò nessuno, salvo un macchinista solitario che mangiavada un cartoccio, vicino a una locomotiva spenta, e non le disse nulla. Forse, anche i pochi sorveglianti erano andati a mangiare. Doveva essere mezzogiorno passato da poco.

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Roma Sonora

La buona acustica non è che il corollario, la limpida conferma della bella architettura. Sono le stesse leggi di trasmissioni, di ritmo, di equilibrio e d’elasticità: tutto parte, rimbalza, si moltiplica, si accorda, ritorna; così anche il suono, come l’acqua, corre vivo, come la luce, echeggia sui marmi monumentali.
Per questa ragione Roma è la città più sonora del Mediterraneo. Tutte le voci del mondo si concentrano là. E’ una conchiglia. Il suono non muore mai, non si cheta, scroscia nei suoi meandri; venature, cavità, orifizi lo riconducono all’aria.
Sotto i tuoi piedi c’è il dedalo: catacombe, cripte, labirinti – canali evacuati dalla storia – Roma è costruita sul vuoto. […]
A mezzodì il colpo di cannone si ripercuote e sfiata nell’azzurro e i sette colli si danno la voce.
Poi tre timbri , tre note fondamentali riprendono il discorso di prima: la pietra, il bronzo e l’acqua.
Più tardi il sole picchia sulla cupola delle basiliche come il martello sull’incudine.
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Il pianto della scavatrice

[…]Stupenda e misera città,
che m’hai insegnato ciò che allegri e feroci
gli uomini imparano bambini,

le piccole cose in cui la grandezza
della vita in pace si scopre, come
andare duri e pronti nella ressa

delle strade, rivolgersi a un altro uomo
senza tremare, non vergognarsi
di guardare il denaro contato

con pigre dita dal fattorino
che suda contro le facciate in corsa
in un colore eterno d’estate;