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Polveriera Appia

Polveriera Appia
Era il 24 agosto del 1917 quando alle 20 e trenta, nella quiete della sera, Roma venne scossa da una terribile esplosione. La polveriera della Caserma Appia (vecchio Forte dell’Acquasanta, oggi Reparto Sistemi Informativi Autorizzati Mobile) era saltata in aria. Le vittime furono oltre duecento, prevalentemente giovani tra i 17 e i 20 anni. Le indagini sulla sciagura divennero segreto di Stato.
Cento anni dopo, il giornalista Enrico Malatesta, lavorando al suo libro “La vera storia di Padre Pio”, si imbatté nella storia di Alfio Russo, uno dei tanti caduti nella polveriera. Incuriosito dalla vicenda, iniziò ad indagare.
Malatesta racconta che Padre Pio, al tempo arruolato nella Prima Guerra Mondiale come cappellano militare nella Sanità, a Napoli, forse per una premonizione sul destino che attendeva Alfio nella Capitale (dove avrebbe dovuto essere nuovamente operato in seguito a una cancrena), tentò di non farlo partire. Ma non ci fu nulla da fare, il Capitano medico Giannattasio decise il trasferimento al Policlinico dell’Università di Roma (oggi Umberto I) da dove fu poi spostato per la convalescenza alla Caserma militare di via Appia.
Un altro particolare attirò la sua attenzione sulla vicenda: perché il segreto di Stato? “Perché – prosegue a domandarsi il giornalista – quell’opificio bellico dove si costruivano bombe e altri ordigni (senza nessuna attenzione alla sicurezza dei soldati) destinati a rifornire i lanci aerei sulle trincee nemiche, era costituito in due capannoni esterni al perimetro del Forte? E soprattutto, perché a lavorare in quei due maledetti capannoni furono impiegati soldati generici, giovani ed inesperti, e non invece artificieri specializzati?”.
Nel 1919 (a un anno dalla fine della guerra) il Tribunale Militare che aveva avocato il procedimento dal Procuratore del Re del Tribunale Penale, emette la sua sentenza di condanna contro ignoti. Una sentenza iniqua perchè dopo aver indicato un colpevole, lo scagiona in quanto deceduto prima dei fatti.
A dare una risposta certa a questi ed altri oscuri interrogativi è sufficiente un solo ma sconvolgente documento. La confessione, rilasciata nel 1919 (due anni dopo l’accaduto) da un testimone oculare dell’infausta esplosione del Forte Acquasanta. “L’ufficiale – ha scoperto Malatesta -si era rifiutato, nella sua qualità di preposto all’ufficio di competenza, di collaudare delle spolette difettose, ma i generali non volendo ascoltare le ragioni del suo dire, lo avevano arbitrariamente sollevato dall’incarico per imporre il collaudo ad altro ufficiale, invece estraneo a questa competenza, il quale fece passare per buono il materiale esplosivo palesemente deteriorato”.
Non per un atto di guerra, né per un sabotaggio alle strutture, né tantomeno per un accidentale infortunio ma solo, denuncia Malatesta, per il “tradimento” di chi avrebbe dovuto rispondere delle loro giovani vite. Dilaniati dall’esplosione, i loro poveri resti non meritarono neanche il rispetto del proprio nome perché raccolti sommariamente in cassoni della Croce Rossa, in un ammasso confuso, tra ossa, detriti, membra umane e macerie, in una melma fatta di terricci e sangue. “Agghiacciante” fu l’affermazione del dirigente della Questura, presente al recupero dei caduti. “Ma ben più agghiacciante – secondo Malatesta – è l’oblio riservato al negato ricordo delle loro giovani vite”