Roma Sparita - Le Ottobrate Romane

Le Ottobrate Romane

Ottobre è il mese della vendemmia, del vino e delle giornate ancora belle. Tutti questi elementi insieme lo resero un mese caro ai Romani per le loro scampagnate domenicali fuori porta.
Il luogo principale in cui ci si recava era Testaccio. Fin dalla fine del Seicento, proprio a ridosso delle pendici di questo monte artificiale, erano state ricavate delle grotte all’interno delle quali la temperatura era ottima per la conservazione del vino.
Se dunque Testaccio era il luogo preferito per le vignate, non mancavano però anche altre mete per le scampagnate: Ponte Milvio; San Giovanni o Porta Pia, San Paolo, Monteverde o Montemario

Chi aveva le possibilità si recava a queste gite con la “carettella”, la caratteristica carrozza a forma di guscio d’uovo trainata da due cavalli. Su questa carrozza trovavano posto le “minenti” (nel numero di sette o nove), ovvero le esponenti della piccola borghesia e del popolo, vestite a festa. Portavano in testa un cappello da uomo adornato con piume e fiori, un abito in seta, una giacca di velluto, calze ricamate e gioielli. Su questa carrozza cantavano i tipici stornelli romani con i fiori: “Fiore de lino/ è la più bella accanto al vetturino).
Nel tragitto le donne erano accompagnate dagli uomini, anch’essi vestiti in abiti sfarzosi, che accompagnavano i canti con uno strumento musicale.

Durante le vignate oltre il vino anche il cibo la faceva da padrone. Non mancavano gnocchi, maccaroni ma anche trippa e abbacchio.
E la giornata scorreva tra canti il ballo del saltarello e i giochi.
Scrive Giggi Zannazzo: “Siccome Testaccio stà vvicino a Roma l’ottobbere ce s’annava volontieri, in carozza e a piedi. Arivati llà sse magnava, se bbeveva quer vino che usciva da le grotte che zampillava, poi s’annava a bballà er sartarello o ssur prato, oppuramente su lo stazzo dell’osteria der Capannone, o sse cantava da povèti, o sse se giôcava a mora”.

In particolare era il salatrello a rendere molto vivace la festa. Acompagnati da tamburelli e nacchere si danzava senza sosta, sepsso accompagnati da questo ritornello:
“birimbello birimbello
quant’è bono ‘sto sartarello
smòvete a destra smòvete a manca
smòvete tutto cor piede e coll’anca”.

Alla fine della giornata si tornava a casa “ar sôno de le tamburelle, dde le gnàcchere e dde li canti… E ttanto se faceva a curre tra carozze e ccarettelle che succedeveno sempre disgrazzie”. I vicoli di Roma si riempivano dunque di una folla schiamazzante e allegra e non di rado la baldoria si tramutava in rissa con morto.

Per organizzare questa festa spesso si spendeva più delle proprie possibilità e non era raro il caso di famiglie che ricorrevano ai “gobbi” ovvero al Monte dei Pegni. Un racconto divertente è quello di una donna che arrivò a impegnarsi il letto, tanto il marito al ritorno a casa sarebbe stato ubriaco e non se ne sarebbe accorto.

Per chi proprio non poteva ricorrere ai pegni e non aveva tanti soldi da spendere c’era un’alternativa gentilmente offerta dai principi Borghese. Le domeniche di Ottobre venivano aperti i giardini della villa principesca e si poteva trascorrervi la giornata, in particolare nel giardino del lago e piazza di Siena. L’atmosfera era certo meno festosa. Per questo a partire dalla fine del Settecnto i principi fecero allestire degli spazi per gli spettacoli: giostre, orchestre, alberi della cuccagna, la canoffiera (altalena di gruppo) esibizioni equestri e gare atletiche fino ad arrivare ai globi aerostatici.

Le ottobrate romane sopravvissero fino ai primi anni del ‘900.
Ma ancora oggi si fa riferimento al mese di ottobre e alle belle ottobrate romane

18 Responses

  1. Maria Paola Paracini ha detto:

    mio nonno chiamava il dondolo del terrazzo appunto cannofiera, insieme a partone per indicare il cappotto, evidentemente derivava dal francesismo paltò, ricordi di romanità <3

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