Roma Sparita - J.W. Goethe - Viaggio in Italia: Il Carnevale - I Moccoli

J.W. Goethe – Viaggio in Italia: Il Carnevale – I Moccoli

Il martedì grasso si era soliti concludere il carnevale con la battaglia dei moccoletti. Ciascuno si muniva di un moccolo, ovvero di una candela accesa racchiusa in un paralume di carta, e cercava di spegnere quello di chi gli stava vicino. Guai a farsi spegnere il moccolo: si sarebbe stati alla mercé di ingiurie di ogni tipo a cui però non si sarebbe potuto replicare.


Goethe ci descrive così questa usanza:
“Appena cala la notte sul Corso angusto e infossato, ecco apparire qua e là dei lumi alle finestre, altri accennare sui palchi e, in pochi minuti, diffondersi all’intorno un tal fuoco, che tutta la via appar rischiarata da ceri ardenti.
I balconi si adornano di lampioni di carta trasparente, tutti espongono le loro torce alle finestre, tutte le tribune sono illuminate e anche l’interno delle vetture presenta uno spettacolo grazioso, per certi piccoli candelabri di cristallo che da sopra il mantice illuminano i vari gruppi, mentre in altre carrozze le signore con le candele colorate in mano sembrano quasi invitarvi ad ammirare la loro bellezza.
I lacchè appendono delle minuscole candele all’orlo dei mantici; le vetture scoperte espongono lampioncini di carta colorata; fra i pedoni, alcuni passano con alte piramidi luminose sulla testa, altri hanno fissato i loro moccoli in cima alle canne, in modo che queste pertiche arrivano all’altezza di due o tre piani.
A questo punto ognuno si fa un dovere di portare in mano un moccolo acceso e da tutte le parti echeggia l’interiezione favorita dei romani: “Sia ammazzato! Sia ammazzato chi non porta il moccolo!” grida l’uno all’altro, cercando ognuno di spegnere con un soffio il lume avversario. Questo continuo accendere e spegnere, e l’esclamazione: “sia ammazzato!” diffondono ben presto, col brio e l’animazione, un reciproco interesse nella folla enorme.

Non si bada se le persone siano note o sconosciute; non si cerca che di spegnere il lume più visino, o di riaccendere il proprio, o di psegnere, durante questa operazione, il lume di chi aiuta ad accendere il proprio. E quanto più clamoroso riecheggia da ogni parte il grido: “sia ammazzato!” tanto più quest’espressione perde del suo atroce significato, tanto più si dimentica che si è a Roma, dove un’imprecazione simile può avverarsi in un attimo, per un nonnulla.
Tale sdignificato si va perdendo completamente; e come anche in altre lingue vediamo usate delle imprecazioni e delle frasi sconvenienti per esprimere ammirazione e giubilo, così il “sia ammazzato” diventa questa sera la parola d’ordine, il grido di gioia, il ritornello di tutte le facezie, di tutte le burle, di tutti i complimenti.
Così si sente udire per ischerzo: “sia ammazzato il signor abate che fa all’amore”; o apostrofare un amico che passa: “sia ammazzato il signor Filippo!”; o associarsi talvolta una galanteria, un complimento: “sia ammazzata la bella principessa! sia ammazzata la signoara Angelica, la prima pittrice del secolo!”.
Tutte queste frasi vengono pronunciate rapidamente, con forza e con accento prolungato sulla penultima e terz’ultima sillaba. Fra l’incessante frastuono, si continua a spegnere e ad accendere moccoli. Sia che si incontri alcuno in casa, o sulle scale, o che una compagnia sia radunata in una stanza, o da una finestra all’altra, da per tutto si cerca di aver ragione del vicino e di spegnergli il moccolo.
Tutte le classi, tutte le età sono in armi l’una contro l’altra. Si sale sopra il predellino delle vetture: non c’è lume appeso che sia sicuro; tutt’al più qualche fanale; il bimbo spegne il moccolo a suo padre e non cessa di gridare: “sia ammazzato il signor padre!”. E’ inutile che questi gli rimproveri una simile sconvenienza; il bimbo si appella alla libertà di questa serata e continua ad imprecare con maggiore vivacità. Come poi il baccano si va calmando alle due estremità del Corso, più furioso si accentua nel centro, dove la calca ora sorpassa ogni immaginazione, tanto che anche la memoria più ferrea non riesce a rappresentarsela.

Nessuno può muoversi sul posto dove si trovava seduto o in piedi; il caldo di tante persone, di tanti lumi; il tanfo di tanti moccoli accesi e spenti di continuo, le grida di tanta gente, che urla tanto più furiosamente quanto meno è in condizione di muoversi finiscono col dare il capogiro anche allo spettatore più equilibrato. Non sembra possibile che non succedano numerose disgrazie, che i cavalli delle carrozze non imbizzarriscano, che qualche persona non rimanga schiacciata, pigiata o malmenata in qualche modo.
Tuttavia, poichè alla fin fine ognuno non vede l’ora di svignarsela e chi infila il primo vicolo che capita, e chi cerca un po’ d’aria e di refrigerio nella piazza più vicina, tutta questa massa di popolo si squaglia e si fonde dalle estremità al centro, e questa festa della licenza e della sfrenatezza universale, questi saturnali moderni finiscono in un abbrutimento generale.
Il popolino adesso accorre a deliziarsi a una tavola ben apparecchiata e a gustarvi fino a mezzanotte di quelle carni che ben presto saranno proibite; il bel mondo si riversa nei teatri, per dire addio alle rappresentazioni date finora non senza molti tagli. E anche a questi piaceri pone un suggello la mezzanotte imminente”.


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