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Parco del Pineto


Gabriele D’Annunzio a Primavalle, Parco del Pineto

Il poeta e i compagni, gentiluomini e gentildonne a cavallo con le spalle rivolte alla Pineta, si dirigono verso il fosso di Primavalle, probabilmente dov’era un ponticello, nei pressi della futura via Lucio II.
“La caccia. Meet alla Pineta Sacchetti fuori porta Cavalleggeri. Si sale per via Aurelia, fiancheggiata da fornaci e con le sue osterie chiassose, frequentate da carrettieri arrochiti dal vino. Ecco la pineta. E’su un terrapieno erboso, circondato da una siepe secca. Gli alberi sono tutti eguali, allineati, come eletti per un rito, inviolabili. Segnano le ombre azzurrognole sul prato soleggiato. A sinistra la prateria smaltata di margherite, il gran soffio della libertà del deserto. I cani si lanciano sulla pista, squittendo, condotti dagli huntsmen. La Campagna è accidentata, con avvallamenti e alture, interrotta da macchie basse. Il sole illumina tutto: un sole calmo e caldo. Nel lontano orizzonte è occupato dalla grande cupola, dalle cime nevose remote. Tutto è limpido. Un sentimento di gioia e di possanza quieta domina su la campagna divina. A tratti la cupola emerge dal portico dei pini. Roma giace in fondo biancastra mite e ridente”
La vista che qui si gode rimane impressa nella mente di D’Annunzio che non manca di ricordarla nel suo Leda senza Cigno del 1916: “Rivedo, più oltre, la Pineta Sacchetti, simile ad un colonnato chiomoso, ove tra l’erba fioriva il porazzo che è l’asfodelo dell’Agro, per me inespugnabile come quello dell’Ade. La solevo fra lunghe soste, in vista della mole papale e del Soratte solitario, con una specie di pensieri che non ritrovo più ma che mi raffiguro quasi corporei, dotati d’una violenza flessibile e audace, in qul modo che un cacciatore si ricorda del fiato forte di una fiera con cui ha combattuto da vicino”
L’intimità del poeta riposa, peraltro, su una tradizione orale tramandata dai pastori del luogo e raccolta recentemente dall’appassionato del territorio Gianni Papari. Secondo essa, il poeta, attorno al 1920, è ospite di riguardo dei principi Torlonia alla Pineta Sacchetti, nel Casale del Giannotto, l’attuala biblioteca Casa del Parco. Saputa la notizia “una nutrita folla di ammiratori si radunò sotto le finestre del Casale, chiedendop al poeta di affacciarsi per un saluto. A D’Annunzio non resto altro che cedere alle richieste, salire sul balcone che dà verso la Basilica di San Pietro e, contagiato dall’entusiasmo della gente, prendere a declamare alcuni suoi versi, portando in visibilio tutti i presenti”.

La bellissima desolazione della nostra porzione di campagna impressiona talmente D’Annunzio che la cita ancora in una delle sue Laudi: “Tutti eguali in ordine i pini,/ quasi eletti a un rito solenne,/ sorgevan dall’erba infinita,/ Ogni traccia era disparita/ della belva e dell’uono:/sol v’era il silenzio del cielo…E come un palagio d’argento/di là dei tronchi, multiforme/ e tacito era il vaticano;/ un ermo candore lontano/ era il Soratte silenzioso;/ i cipressi di Monte Mario/ erano un funebre serto/ per non so qual lutto sereno./ E un profumo di fieno/ e di libertà, quasi un fiato/ pànico, venia dal deserto”.

Tratto da “Primavalle dalla preistoria ai giorni nostri”
A cura di Gianluca Chiovelli e Alessandro Guarnacci – typimedia Ediore
Aggiunta da Loredana Diana

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