Voci della vecchia Roma


Le voci (o grida o vociate come altri amano chiamare queste espressioni sui generis della musica popolare) dei venditori ambulanti e di quanti altri, rivenduglioli o disgraziati, dovevano affidare alla loro voce il compito di richiamare su loro stessi o sulla loro merce l’attenzione spesso svagata dei propri simili, hanno da tempo, e ben a ragione, attirato l’attenzione, se non di studiosi veri e propri, per lo meno di attenti raccoglitori, siano stati essi o viaggiatori, o innamorati di color locale, o curiosi, o musicisti alla ricerca sia, in altri tempi, di « temi» da contrappuntare sia, più recentemente, da ricreare sviluppandoli, o artisti pronti ad incidere sul legno o sul rame le parole di queste voci, sovrapponendo ad esse la rozza, ma spesso efficace, figurina del loro autore.
Ben a ragione, si diceva, perchè infatti il susseguirsi delle metodiche e multiformi apparizioni di questi piccoli merciai e mercanti, preannunziati dall’avvicinarsi lento del loro grido, al cui ritmo ed alla cui melodia non presiedeva altra legge che il bisogno di essere sempre più efficaci, « razionali », dava ad un borgo, ad un paese, ad
una città, un aspetto caratteristico inconfondibile, come il colore delle sue case o delle sue chiese, come il «colore » delle campane di queste, e delimitava il tempo della vita di tutti i giorni tra il sorgere del canto dello stracciaiuolo e quello del venditore di scarpe e tra il tramontare del grido dell’acquavitaro e quello dell’acquaiuolo.
Per Roma, dove l’afflusso di uomini di studio, di lettere, di arte, di amanti di bellezze e di curiosità, è stato ed è infinito, i ricordi, per la quasi totalità solamente letterari o pittorici, delle arti e degli « artisti » della strada, sono infiniti.
Non viaggiatore, non pittore, non poeta, non incisore, non analista, non diplomatico, non uomo di gusto, che non abbia fermato in una parola, in un segno, in un verso, una o più di queste voci, girovaganti per strade e per vicoli, rimbalzanti di piano in piano, che lo svegliavano di buon’ora la mattina e lo lasciavano a notte inoltrata, dopo averlo accompagnato, per ogni dove, per tutta una giornata.
E così mentre l’incisore Ambrogio Brambilla popolava di vivaci figurine di venditori le sue stampe popolaresche, il poeta Andrea Speciale cantava:

Senti un che dice, canestri, canestri,
odi l’altro che grida, lino, lino,
uno si vanta di conciare i destri
parla con uno che va vendendo il vino;
ecco per Roma infiniti maestri
con sacco in spalla e per mano un bacchettino
gridando tutto il dì, scarpe, pianelle,
e l’altro canta, vascelle, vascelle.
E mentre il Peresio ricordava:
Chi gridava acquavita d’anesino
chi stringhe, e spille e esca, e solfaroli
chi ciammellette fresche, e il confortino,
chi pettini, scopette e fusaroli,
ma assai strillar sentivasi più spesso
fusaja dolce e mosciarelle allesse.

l’anonimo incisore della botteguccia di Via della Pace intagliava paziente i suoi duecentoquaranta ometti stranamente prampoliniani. E via via nel tempo, da Belli a Zanazzo, da Moroni a Chiappini, da Piranesi a Pinelli, da Ferrari a Apolloni, tutta una fioritura di ricordi, di note, di impressioni su queste voci della vecchia Roma. Da poco, infine, la volontà sagace di due insigni studiosi di cose popolari, il nostro Ceccarius e Paolo Toschi, ha tolto dalla ridda carosellante delle vendite d’antiquariato ed assicurato al R. Museo d’Etnografia Italiana, un interessante volumetto contenente, trascritte in notazione moderna, una trentacinquina di grida e voci della Roma sparita.
La redazione del fascicolo non risale certamente oltre la prima decade di questo secolo e non comprendiamo proprio come uno studioso di etnografia musicale, Cesare Caravaglios, innanzi tempo rapito agli studi, abbia potuto consegnarlo alla fine del Settecento: semiografia,calligrafia, carta e, soprattutto, quel po’ di armonizzazione con la quale si è tentato di ravvivare le note delle « vociate”, parlano ben chiaro.
L’interesse del volumetto, però, non diminuisce affatto con il diminuire della sua età: e queste trascrizioni, sia pure accettate con beneficio d’inventario (certi stiracchiamenti di misura, certe costrizioni modali, certi compromessi ritmici fanno vedere una mano o troppo ligia alle regole della musica dotta o troppo poco abile) portano
un contributo notevole allo studio della parte musicale delle voci della vecchia Roma. Studio appena iniziato d’altronde: cosa abbiamo infatti? L’articoletto più che secolare di G. Mainzer, i pochi esempi, tratti dal Mainzer, ed inseriti da G. Kastner nel suo « Les voix de Paris », una breve monografia dello scrivente apparsa sul «Folklore
Italiano », un articolo di E. Carabella in « Musica d’Oggi”; ed infine un diffuso studio di C. Caravaglios, postumo, dove viene esaminato, e riprodotto con lievi non chiaramente giustificate variazioni, il testo musicale del volumetto di cui si discorre.
Ma non vogliamo tediare i lettori di questa strenna con una facile imbandigione libresca; portiamoli, piuttosto, a spasso per l’Urbe: così come si presentava agli occhi vigili di un Fumanti, alle orecchie attente di un Belli. Domanderemo in prestito proprio al Fumanti i suoi scorci suggestivi ed i suoi popolani eroici ed al Belli le parole che dovranno sgorgare dalla loro bocca: e gli studi, di cui abbiamo ora parlato, compreso il volumetto «settecentesco II” abilmente cosparso di finto antico, ci regaleranno le note con cui i nostri personaggi ci offriranno la loro merce o ci diranno il perchè del loro lavoro. Inseguiamoli man mano che si distaccano dai fogli ferrariani e, prendendo forma, si allontanano per la città; inseguiamoli di qua, di là, nelle vie, nelle piazze, sulla scia del canto da loro gettato con periodica regolarità.

Ecco un chierico con la croce, accompagnato da alcuni ragazzi;
gran numero di campanelli chiesastici nelle loro mani e gran chiasso:
un momento di sospensione e poi tutti in coro:
Padri e madri, mannate li vostri fijoli a la dottrina cristiana
che se nun ce li mannerete ne renderete conto a Dio! E giù scampanellate furiose.
Così tra una cantilena e una scampanellata il corteo s’ingrossa ed il buon curato vede crescere le fila
dei suoi scolaretti. Alla scampanellata argentina che si allontana s1 sovrappone un lugubre sepolcrale borbottio; è il venditore d’inchiostro che, per stare in carattere con la merce che egli stesso produce, vien verso noi bia-
scicando:
Enchiostro a scrive! Enchiostm pe’ scrivere!
E giù scampanellate furiose. Così tra una cantilena e una scampanellata il corteo s’ingrossa ed il buon curato vede crescere le fila dei suoi scolaretti.

Alla scampanellata argentina che si allontana s1 sovrappone un
lugubre sepolcrale borbottio; è il venditore d’inchiostro che, per stare
in carattere con la merce che egli stesso produce, vien verso noi bia-
scicando:
Enchiostro a scrive! Enchiostm pe’ scrivere!
Il ciabattio dell’inchiostraro è ancora percepibile, che alto si slancia il grido caratteristico del venditore di more:
Le more fatte! e chi le magna le more!
Nastro lucido d’acciaio sulla chiarità del cielo.
Col suo carrettuzzo, o con un sacco in spalla, lacero come la merce che compra, il cenciaiuolo percorre pian piano ogni via:
Chi cià bottije da venne aò! Er bottijaro donne!
Ma ecco la nostra passione di ragazzi! Son secoli che il fusajaro gira per Roma, con il suo sacchetto sul fianco, ripieno di lupini dorati:
Moscia, moscia, fusaja dorce, er fusajaro!

Su, via, un soldino anche per voi, amici, e avanti ancora, succiandoci queste saporite, fresche, divertentissime fusaje; altro che i gelati da passeggio! Uno schiocco di frusta, un cigolare di carro, un frastuono apo-
calittico di bottiglie ed ampio ecco il grido:
Fresca, l’acqua ‘cetosa! Ah!

Al mercatino della piazzetta, tra un rutilare di verdi, di rossi, di gialli, tra un gridio assordante, attraverso la smagliante bocca della bruna regolante, la frutta viene magnificata con una vivacità tale da costringerci all’acquisto:
È della vigna de mi’ fratello, quant’è bbono er pizzutello! È della vigna de mi’ cognato, quant’è bbono ‘sto moscato!
Che moscato che ciavemo!
Poi è una ridda che ci afferra e ci trasporta : l’ombrellaro, il giuncataro, lo sediaro, lo scoparo, il peracottaro, il figurinaio, il tripparolo, l’arrotino, il venditore di pane di ramerino, il ciambellaro, il questuante, il caciaro, l’olivaro (altra passione della nostra giovinezza, l’oliva « dorce » !) e, quasi a riportarci dal mondo dei sogni a quello della realtà, il venditore di carrettini:
Ecco l’arrivo del treno tropea!
Padri e madri comprate i carrettini per divertire i bambini!

E così, mentre i rozzi carrettini di legno, balzelloni su gli ineguali selci, si allontanano pian piano con l’allontanarsi del richiamo sonoro, gli uomini eroici del Fumanti tornano tra le loro pagine. E tacciono.
Ma le loro voci sono ormai eternate sulla carta; giacciono ora così, trascritte sul rettilineo pentagramma, negli archivi degli studiosi e delle biblioteche, a testimoniare, al mondo d’oggi ed a quello che verrà, quanta vita e quale vita esse abbiano avuto e quanta e quale parte dell’anima del popolo di Roma esse rispecchino.

Giorgio Nataletti

Tratto da gruppodeiromanisti 1941
Incisione di Bartolomeo Pinelli

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