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Category: Cultura popolare

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Supplì al telefono

C’e’ una leggenda che racconta di un soldato francese che, passeggiando per le vie di Roma, assaggiò le polpette fritte (così chiamate al tempo) da un venditore in strada, quando questa si aprì e filò la mozzarella esclamò “surprise!!”, da lì il nome di “supplì”. Venduto solo per strada, ai mercati e alle fiere, nella ricetta originale il ragù era realizzato con rigaglie di pollo, fegatini durelli.
Solo nel 1874 entrò nel menù del ristorante “Trattoria della lepre” come “soplis di riso”. Ada Boni fu la prima, nel 1929, ad inserire la prima ricetta ufficiale del supplì nel suo libro di ricette “La Cucina romana”

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Pifferai e zampognari

Pifferai e zampognari
Arrivavano a Roma il 25 novembre, giorno di Santa Caterina, era in uso ospitarli nelle case, dove venivano offerti cibo vino e denari (“il cartoccio della padrona”). Spesso erano detti anche “orsanti”, perché portavano con loro degli animali che danzavano, come orsi, scimmiette, cani, uccelli ecc.
La novena si articolava con una introduzione, la cantata, la pastorale ed infine il saltarello…

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Pangiallo romano

Pangiallo romano
Da quasi duemila anni, pur se cannibalizzato da panettoni e pandori, la tradizionale miscela di farina d’orzo, miele e frutta secca tipica dell’epoca romana si trova ancora in alcune pasticcerie della Capitale mentre non manca mai nel resto del Lazio.
Una pagnotta gialla come l’oro e tonda come il sole, da donare con l’auspicio che i lunghi mesi d’inverno si esauriscano in fretta. Ha il fascino della leggenda e la sacralità del rito propiziatorio la miscela di miele, frutta secca e cedro candito che anima la ricetta tradizionale del Pangiallo romano: un dolce che per quasi duemila anni è stato nel Lazio il piatto tipico delle feste natalizie, ma che oggi purtroppo risulta quasi completamente estinto dalle tavole e dai banconi di bar, pasticcerie e fornai della Capitale.
La sua storia è antica quasi quanto Roma. Si tramanda che già nell’età imperiale fosse usanza, in occasione del solstizio d’inverno, preparare e regalare un dolce che per forma e colore ricordasse il sole. Perché la sua parte esterna, di un giallo acceso, avrebbe portato in casa la luce intensa che richiamava il ritorno della bella stagione. In un capitolo dedicato ai dolci del «De re coquinaria» di Apicio, noto «chef» dell’antichità, si trova traccia della ricetta del Pangiallo. Il cuoco consigliava: «mescola nel miele pepato del vino puro, uva passita e della ruta. Unisci a questi ingredienti pinoli, noci e farina d’orzo. Aggiungi le noci raccolte nella città di Avella, tostate e sminuzzate, poi servi in tavola». Col tempo, nei secoli, divenne la specialità dei fornai della città e della regione, nonché il vanto della produzione domestica di dolciumi natalizi

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Sorella Morte a Roma

“Nei secoli scorsi, quando Roma era più piccola, non aveva una vera e propria necropoli. Piccoli cimiteri erano disseminati un po’ ovunque, accanto alle chiese o all’interno dei chiostri, negli ospedali o presso le...

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Fior de Corona …

“Fior de Corona
Questa è la nota de’ ogni settimana…
Sarà ‘na nota, caro mio, a la bona
Ma senza ciafruje: tutta romana!
Er Lunedì facioli co’ le codiche
Nostra specialità: ‘na cosa rara,
Martedì stufatino insiem’ar sellero
La coda er Mercredì a la vaccinara
Er giovedì se Dio vorrà li gnocchi
Zuppa de pesce fosse er Venerdì
Sabbito trippa ar sugo co’ li fiocchi
E la Santa Domenica supplì!”

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Robivecchi e Stracciarolo

Il Robivecchi era colui che comprava e vendeva oggetti usati e vecchi, sia come ambulante che all’interno di una bottega.
Lo Stracciarolo, o anche Cenciaiuolo era colui che infaticabilmente, dalla mattina al tramonto, percorreva le strade di Roma spingendo un piccolo carrettino a mano