Cultura popolare Archivio - Roma Sparita | Storia e Cultura

Category: Cultura popolare

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Pifferai e zampognari

Pifferai e zampognari
Arrivavano a Roma il 25 novembre, giorno di Santa Caterina, era in uso ospitarli nelle case, dove venivano offerti cibo vino e denari (“il cartoccio della padrona”). Spesso erano detti anche “orsanti”, perché portavano con loro degli animali che danzavano, come orsi, scimmiette, cani, uccelli ecc.
La novena si articolava con una introduzione, la cantata, la pastorale ed infine il saltarello…

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Pangiallo romano

Pangiallo romano
Da quasi duemila anni, pur se cannibalizzato da panettoni e pandori, la tradizionale miscela di farina d’orzo, miele e frutta secca tipica dell’epoca romana si trova ancora in alcune pasticcerie della Capitale mentre non manca mai nel resto del Lazio.
Una pagnotta gialla come l’oro e tonda come il sole, da donare con l’auspicio che i lunghi mesi d’inverno si esauriscano in fretta. Ha il fascino della leggenda e la sacralità del rito propiziatorio la miscela di miele, frutta secca e cedro candito che anima la ricetta tradizionale del Pangiallo romano: un dolce che per quasi duemila anni è stato nel Lazio il piatto tipico delle feste natalizie, ma che oggi purtroppo risulta quasi completamente estinto dalle tavole e dai banconi di bar, pasticcerie e fornai della Capitale.
La sua storia è antica quasi quanto Roma. Si tramanda che già nell’età imperiale fosse usanza, in occasione del solstizio d’inverno, preparare e regalare un dolce che per forma e colore ricordasse il sole. Perché la sua parte esterna, di un giallo acceso, avrebbe portato in casa la luce intensa che richiamava il ritorno della bella stagione. In un capitolo dedicato ai dolci del «De re coquinaria» di Apicio, noto «chef» dell’antichità, si trova traccia della ricetta del Pangiallo. Il cuoco consigliava: «mescola nel miele pepato del vino puro, uva passita e della ruta. Unisci a questi ingredienti pinoli, noci e farina d’orzo. Aggiungi le noci raccolte nella città di Avella, tostate e sminuzzate, poi servi in tavola». Col tempo, nei secoli, divenne la specialità dei fornai della città e della regione, nonché il vanto della produzione domestica di dolciumi natalizi

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Sorella Morte a Roma

“Nei secoli scorsi, quando Roma era più piccola, non aveva una vera e propria necropoli. Piccoli cimiteri erano disseminati un po’ ovunque, accanto alle chiese o all’interno dei chiostri, negli ospedali o presso le...

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Fior de Corona …

“Fior de Corona
Questa è la nota de’ ogni settimana…
Sarà ‘na nota, caro mio, a la bona
Ma senza ciafruje: tutta romana!
Er Lunedì facioli co’ le codiche
Nostra specialità: ‘na cosa rara,
Martedì stufatino insiem’ar sellero
La coda er Mercredì a la vaccinara
Er giovedì se Dio vorrà li gnocchi
Zuppa de pesce fosse er Venerdì
Sabbito trippa ar sugo co’ li fiocchi
E la Santa Domenica supplì!”

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Robivecchi e Stracciarolo

Il Robivecchi era colui che comprava e vendeva oggetti usati e vecchi, sia come ambulante che all’interno di una bottega.
Lo Stracciarolo, o anche Cenciaiuolo era colui che infaticabilmente, dalla mattina al tramonto, percorreva le strade di Roma spingendo un piccolo carrettino a mano

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Er Pandorato

ER PANDORATO
Aldo Fabrizi)

Le fette de pagnotte un po’ rifatte
vanno tajate inerte, no’ a sfojetta
com’er pane che chiameno a cassetta,
quelle nun pònno mai rimane intatte.

E mò ve spiego come vanno fatte:
s’hanno da mette in una terinetta
a mollo a ‘no sbattuto d’òva e latte
e ce se fanno sta ‘na mezzoretta.

Quanno ch’er Pane è bene imbeverato
s’indora fritto all’ojo o a tutto buro
p’ave’ diritto ar nome “Pandorato”.

Certo chi soffre de colesterina
e nun se vo’ aggravà, rinunci puro,
e vada a letto co’ la minestrina.

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Filetti di Baccalà

I Filetti di Baccalà sono una delle delizie della cucina romana: grande classico della vigilia di Natale ma adatti ad ogni occasione, soprattutto nel periodo di magro.
Il loro successo si deve alla bontà, sicuramente, ma anche alla facile realizzazione. Non mettiamo dosi perchè è una cucina a occhio, a quanto basta!

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LI SCIAMBROTTI

LI SCIAMBROTTI
Aldo Fabrizi

Signora, questo è un piatto senza inguacchi:
compri ‘na bella cima romanesca,
de quelle fatte a pigna verde, fresca,
je levi torso foje e poi la scacchi.

Si er cacchio è grosso è mejo che se spacchi,
e a garanzia che er piatto je riesca,
faccia bollì co’ un pezzo de ventresca
li Rigatoni assieme co’ li cacchi.

Soffrigga la cipolla ben tritata,
in ojo e buro a foco moderato
finché nun se riduce cremolata.

Poi ci accondisca Rigatoni e broccoli,
co’ parmigiano e pepe macinato,
e si s’abbuffa nun me tiri moccoli.