Ricordo del vecchio Borgo


Ricordo del vecchio Borgo

Pe’ … pe’. .. è il Sor Vittorio che, passato l’arco, con una stonata trombetta, segnala la sua presenza nel vicolo spingendo il carrettino con lo stemma del Comune di Roma, SPQR, non Roma Capitale, perché questa dignità è stata scoperta recentemente quando si era persa la secolare memoria di Roma Caput Mundi.
Il carrettino sembra quello del gelataio, bello, pulito, bianco lucido col Sor Vittorio con bustina in capo e camice bianco, tutto l’insieme di una rassicurante igiene, contiene, infatti, i recipienti del latte della Centrale. Chi ha bisogno di questo magico alimento scende in strada cor secchietto der latte e ne acquista il suo fabbisogno, spesso limitato dallo scarso borsellino.
Siamo ai primi miei ricordi, dopo la metà degli anni Venti, in Borgo, al vicolo del Farinone, l’arco è quello del Passetto, il Sor Vittorio viene da via dei Corridori. Un ragazzo, Oreste, scende da casa e prende il latte – forse non più di un quarto – e spiega, a chi gli ha chiesto qualche cosa in proposito, che “Assuntina ne prenderà un bel bicchierone e io un bel goccettone”, ma cosciente della sua condizione è allegro e sorridente: sa che sua
sorella ha bisogno di una sostanziosa alimentazione. È tempo in cui i polmoni della povera gente sono esposti a grave rischio.
Improvvisamente, una voce eccitata… Sora Terè … Sora Terè,
annamo che sta pe’ nasce… Indò stai? Chi sei?… A ‘e Palline, sò er marito de Anna. Ho capito arivo subbito.
Sora Teresa, la Mammana, dopo pochi minuti esce da casa con il suo borsone professionale e rapidamente s’avvia per Borgo Pio verso vicolo delle Palline. Figura caratteristica, scrupolosamente dedita alla sua missione, ha già visto nascere una notevole quantità di Borghiciani, figura particolare, un pò appesantita dalla mezza età, ma conserva efficienza, sveltezza, ha la fiducia delle future mamme: … annamo che n’è gnente… , basta per rassicurare le sue pazienti. Convive con un distinto signore, per l’epoca è offesa alla morale, la gente di qui, povera di soldi, ma ricca d’umanità, prende atto della situazione e rispetta l’amica e la professionista.
Sono comprensivi, ma, non rinunciano a tradizionali scherzi: l’ 11 novembre si festeggia San Martino – tutti sanno i meriti di quel Santo, e la protettoria concessa a chi soffre di così delicata situazione coniugale – quel giorno, piccoli gruppi di ragazzi sotto la finestra di qualcuno, scuotendo rumorosamente vecchi bidoni, intonano l’antico “Oggi è la festa de li cornuti, tuzza Martì … tuzza Martì”. Il soggetto di tali attenzioni ha diverse scelte di comportamento: fa finta di niente e non compare, si affaccia ridendo dello scherzo, la prende a male e auspica per i
molesti ragazzacci immediata morte violenta, ricorda con poco rispetto la memoria dei loro defunti e mette seriamente in dubbio l’onorabilità delle loro madri.
Quel giorno e altre rare occasioni portano qualche scompiglio, per solito la vita nel vicolo scorre tranquilla anche se a volte rumorosa per il passaggio di qualche rara carrozza o carretto con i cerchioni di ferro che rotolano sul selciato.
Un rumore è ormai noto e accettato, verso le nove entra al Farinone dal solito arco, con una veloce curva spericolata, Argante, aitante giovane carettiere, fascia alla vita, smisurata frusta, in piedi, con aria spavalda, sul suo stracino, blocca il cavallo che scivola fragorosamente sul selciato, davanti casa sua dove fa colazione dopo consegnata la merce dei mercati generali. Forse non sa di imitare il suo omonimo tassiano guerriero saraceno.
L’attenzione degli abitanti a volte è richiamata dal trasporto di campane che escono da una fonderia, infatti, tra i civici 33 e 35 del vicolo, Lucenti Francesco fonditore di metalli e campane, con piccoli modesti caratteri sul muro scrostato, fa conoscere orgogliosamente l’esistenza della sua officina. Non ha bisogno di appariscenti insegne, fa parte della storia, esiste dal ‘500, ha partecipato alla fusione del baldacchino di Bernini, ha fuso campane per San Pietro e tante altre sparse nelle chiese non soltanto di Roma. Quando qualche grossa campana è pronta per la con-
segna, i vicini, dalle finestre, si godono l’inconsueto spettacolo delle lunghe e delicate operazioni di carico. Su un vetusto carrello la grande brillante campana, difesa da un’incastellatura di legno, esce dalla fonderia, si pone sotto un fascio di catene e carrucole assicurate ad una robusta trave di ferro che sporge dalla parete al di sopra della porta.
Quell’ingegnoso strumento è capace di alzare notevole peso con minimo sforzo, è un solo uomo che, manovrando una catena, alza molto lentamente la campana dal carrello fino al livello del pianale del camion che riceve dolcemente e senza scosse il pesante carico, atteso da qualche lontano campanile. Gli spettatori soddisfatti dal lento e solenne spettacolo tornano alle loro ordinarie occupazioni.
Prosegue la mattinata, arriva er materazzaro, per farsi aprire il portone dal cliente batte con l’apposito patacca che sta sur portone, un tocco per primo piano, due per seconno e così via, una signora s’affaccia in finestra e, rassicurata, tira una corda che attraverso pavimenti e solai del palazzo apre il portone.
Sale, carico dell’attrezzo per cardare la lana, non so come definirlo, è uno strano sgabello irto di chiodi ricurvi che mordono la lana, ormai ridotta a dure palline per il lungo uso, che con i precisi colpi su quell’arnese torna in vita in ariosi e leggeri batuffoli.
Dopo qualche ora, stanco e impolverato con qualche liretta in saccoccia, il materazzaro, affardellato del suo sgabello chiodato, continua il giro nella certezza che i suoi clienti dormiranno meglio.
A proposito di rumori: bambini e bambine, allora erano tanti, passano il tempo libero per la strada, il vicolo è stretto, grida, canti risuonano gioiosi. Le femmine, calme e aggraziate, giocano a campana, girotondo e altri passatempi di cui sono parte conte, filastrocche e ingenue canzoncine: amba rabbà ciccì cocò… anghingò tre galline e tre cappò… o quante belle figlie madama doré … per andare alla cappella c’era una ragazza bella…
Tutte un pò sconclusionate, nessuno ne conosce bene le parole, Gigi Zanazzo non è noto a le regazzine de Borgo, ma
loro le cantavano così. Per il nostro orecchio assuefatto, questo rumore è una gioiosa armonia di piccole donne spensierate anche se con le vestarelle piene di toppe a colore.
I maschi, più rudi e pesanti, qualcuno atteggiato a bullo, preferiscono acchiapparella, sarto a la quaia, schiaffo der sordato, nizza, che battuta con troppo entusiasmo rompe qualche vetro.
Più tranquillo, un gioco per cui, a turno, in un prestabilito percorso segnato col gesso, si manda avanti, con una schicchera, un tappetto della birra, la vittoria è di chi arriva in fondo senza uscire dal percorso. Quando altri giochi lo richiedono, si affida la sorte alla moneta: arma e santo, è uno strascico della sudditanza
pontificia, arma è lo stemma del Papa, santo è il Santo Padre: queli regazzini – dopo oltre quarant’anni – non hanno ancora preso atto della testa del re e della croce sabauda.
Non ci sono frigoriferi, la ghiacciaia sta solo dal macellaio e nelle osterie, solo pochi alimenti sono contenuti in recipienti adatti alla conservazione, le signore, che, anche su documenti ufficiali, sono definite ddc, donne di casa, devono provvedere alle necessità alimentari giorno per giorno. Sono circa le 1O, le pulizie sono fatte, i bambini giocano per la strada guardati dai nonni in finestra, le signore si avviano verso i negozi di Borgo
Pio, dopo il 1928 c’è anche il mercato rionale a piazza dell’Unità, ma è lontano, e poi mi madre, e pure mi nonna, faceveno ‘a spesa a Borgo Pio. Il motivo, forse più vero, di questa scelta è “tutte l’amiche stanno qua e se nun le trovo co’ chi chiacchiero”, la spesa è il momento della socializzazione, dei colloqui con scambi di notizie, informazioni, pettegolezzi, indispensabili per non rimanere isolate. Queste madri di famiglia, quasi nello stesso momento escono dal Farinone, dalle Palline, dal Falco, dai Tre Pupazzi, con la borsa vuota appesa al braccio e il borsellino in mano, entrano a Borgo Pio.
All’angolo del Mascherino, Adelino Cioccolini er pizzicarolo, nursino doc, gestisce un ordinato bazar di generi alimentari, esclusa la carne fresca e frutta e verdura, c’e tutto. Il prezioso olio d’oliva – semplicemente così, non si era ancora glorificata la verginità di questo nobile prodotto – è contenuto, nel mezzo del locale, in una capiente, panciuta giara, vettina si dice, a disposizione le misure per la mescita nella bottija dell ‘oio del
cliente, un quinto, un quarto, mezzo litro, c’e anche il litro, ma poco usato: l’olio è caro. Prosciutto, per le occasioni, di montagna, affettato a mano, San Daniele, Parma e altre raffinatezze sono totalmente sconosciute. Più gettonati prodotti di minor costo: prosciutto cotto, mortadella, coppa, sfrizzoli quando è la stagione della lavorazione del maiale, salami e tante altre cose che oggi considereremmo nocive, il colesterolo è ancora ignoto
al popolo di Borgo. Nessuno esce da quel negozio senza lardo normale, grasso e magro, quello bianco-candido di Colonnata arriverà molto dopo, quando saremo tanto raffinati da snobbare quello dei maiali umbri di Adelino. Vedremo più tardi il motivo della universale preferenza per questo grasso. Un grande scaffale contiene vari formati di pasta lunga, i cassetti quella corta, tutta sciolta in piena vista, all’aria e alle non infrequenti visite delle mosche, servita arrotolata nella carta paglia se lunga, in cartoccio se corta, dalle sapienti mani di Adelino o del suo
personale.
Alcune macellerie, tra le migliori Nino Celli al Falco, Orazio Pietrella a Borgo Pio, c’é anche quella equina, non ricordo dove, ma devo aver mangiato quella carne allora ritenuta salutare per i giovani. L’abbacchiaro mostra, appeso fuori del negozio, un bell’assortimento di carni: abbacchi, polli, galline – di cui è molto gradito il brodo con la stracciatella -, piccioni, anitre e cacciagione ancora molto apprezzata.
Sulla stessa strada, Borgo Pio, dove fanno la spesa le signore al di qua del Passetto di Borgo, quelle al di là la fanno a Borgo Nuovo, esiste un posto magico: frutta e verdura di Nerone. Non il cattivo incendiario, è solo un soprannome, questo magari nun ha dato foco a gnente, ma quanto a bbona grazzia è come quell’antro, quello cantava poesie, questo strilla parolacce, conosce però il suo mestiere, ha buona merce con prezzi adatti al popolo di Borgo. All’angolo con piazza del Catalane, vicino a quella caratteristica fontanella con vaschetta per abbeverare animali da
tiro, sono in bella vista frutta e verdure d’ogni genere. Sorgono difficoltà linguistiche, non so se oggi tutti capirebbero gli urli di Nerone che magnifica la sua merce “persiche spaccarelle a na lira… guarda ‘e puntarelle capate da ‘a sora Maria … ste bbrugne se ‘e pò magna’ pure mi nonna senza denti… falli a ‘la giudia sti carciofoli” e altre simili battute. La frutta che compare in mostra a seconda della stagione, sono briccocole, bbrugne, persiche, cerase, portogalli, sorbe e genzole, d’estate non manca il cocommero il cui vecchio nome offre ancora una discreta resistenza ad anguria, mentre la pera l’ha orgogliosamente conservato aiutata anche dal peracottaro che propaganda le “pere cotte calle calle”. Frutta e verdura di Nerone sono strettamente di stagione, non per suo particolare merito, ma per il mercato normale non esistono serre, non si pratica l’importazione se non,
credo agli inizi degli anni Trenta, per le banane pubblicizzate come molto nutrienti quindi osannate, glorificate e rispettate come cosa preziosa, anche se il prezzo è relativamente accessibile.
Qualche frutto esotico e rarità fuori stagione si trovano in negozi specializzati che la gente chiama fruttarolo der re.
Continua il rifornimento per la tavola con una visita dal pastarellaro, da Chirico a Borgo Pio: uova e pasta all’uovo. Un ambiente pulito e decoroso dove la Sora Maria, giovane, bella, rigogliosa, fa da cassiera su una specie di cattedra. Tra un incasso e l’altro separa le uova e le divide per qualità e misura in categorie a prezzi diversi. Uova da galline ruspanti, l’allevamento in batteria non era praticato, con prezzo modesto per cui largamente usate: da beve, ar tegamino, toste, a frittata, in trippa, a stracciatella, a zabbajone co’ la marzala e pe ‘fa’ la pasta
all’ovo, anche come pasta grattata per il brodo.
Il fornaio, dispensatore del pane, il sacro cibo ancora fondamentale nell’alimentazione nella forma standard di sfilatino da due etti, più o meno ben cotto, caldo è delicato, ma invecchia presto, rifatto è meno gradevole perciò si approvvigiona ogni giorno la quantità necessaria, se qualche pezzo rimane diventa pangrattato per friggere. Nella parte di Borgo Pio, verso via del Mascherino, c’è Boldrini, il vapoforno dalla bocca a vista da cui irrompe e si diffonde nei dintorni il profumo del pane appena sfornato e poi, oggetto di vivo desiderio, le lunghe strisce di pizza romana – non c’è niente di più romano – bianca con lievi striature brune golosamente croccanti. Qualcuno
sfornava qualche pagnotta, ma poco richiesta: aleggia ancora nell’inconscio il ricordo del pane a bajocco, Non vorrei suscitare travolgenti desideri ricordando pizza calla co’ preciutto e fichi, anche allora non molto diffusa, il prosciutto costava caro, era più comune con la mortadella o, nella giusta stagione, soltanto con i fichi.
Lentamente le “ddc” tornano nelle loro abitazioni, levano gli acquisti dalla borsa, chi ha avuto dal macellaio qualche ritaglio di trippa lo dà al gatto che manifesta riconoscenza con sommessi miagolii. Hanno acquistato anche il carbone a pezzi e la cinice -tritumi di carbone, dice Chiappini – necessaria per ravvivare la brace che cova sotto la cenere dalla sera prima.
Si accingono a dedicarsi alla cucina, è arrivato il momento del trionfo del lardo, è un rito, il battuto per il sugo finto: sulla batti/onta, lardo, cipolla, radica gialla, sellero, erbetta, ripetutamente e velocemente battute con un pesante coltello preriscaldato sul fornello a carbone. Il gas in quella zona di Borgo non è ancora arrivato.
Quando tutto è amalgamato si versa nel tegame di coccio – solo questo materiale si usava allora nelle modeste cucine domestiche – intanto si stempera, per unire al battuto, il concentrato di pomodoro, la conserva: molto comune la marca “Pasquino”, venduta sfusa, il nostro parlante scontento non c’entra, era prodotta a Parma, sul barattolo da cinque chili c’è raffigurato Ercole. Nel tegame di coccio, lardo, conserva, odori amalgamati e curati da mano esperta danno una magica miscela dal sapore pieno, completo con cui diventa stuzzicante la pasta, con una spruzzata di pecorino, il minestrone o le minestre allora molto in uso: pasta e patate, pasta e broccoli, riso e piselli e
altre combinazioni suggerite dalle varietà di verdure sul banco di Nerone.
Il pomeriggio scorre tranquillo: le “ddc” accudiscono alla casa e ai figli, i bambini giocano per la strada.
Gli uomini rientrano dal lavoro, molti in quella zona sono dipendenti del Palazzo Apostolico e della Fabbrica di San Pietro, siamo al tramonto, dalla feritoie del Passetto escono le nottole, piccoli pipistrelli che vi nidificano in notevole numero, veloci, volando a livello degli ultimi piani delle case, con sommessi fischi, vanno a caccia di
insetti, in estate specialmente mosche e zanzare che numerose infestano la zona.
Nel Rione tante ospitali osterie accolgono gruppi di amici che si riuniscono per la fojetta – per solito consumata in due – ma soprattutto per chiacchierare, socializzare, a volte giocare a carte. Non ricordo d’aver mai visto giocare alla famosa passatella, ricordata così largamente nel folclore romano da bancarella e nelle rime degli epigoni domenicali del Belli, tanto da sembrare che i romani non avessero altro passatempo, per solito concluso a coltellate. Più tardi, qualche famiglia si riunisce all’osteria dove consuma la cena portata da casa. L’oste si contenta di servire vino per i grandi e gazzosa per i bambini.
Il silenzio cala presto, quando l’oscurità si fa profonda la gente si ritira in casa dove le poche lampadine, molte ancora a filamento di carbone, sono subito spente: anche la corente costa cara.

Antonio Martin
Tratta da gruppodeiromanisti 2015 parte II

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