Roma Sparita - I Carrettieri a vino - Massimo d'Azeglio

I Carrettieri a vino – Massimo d’Azeglio


“Nel loro aspetto, ne’ loro atti, nel modo di stare, d’andare, di atteggiarsi, è un’espressione altiera, una sicurezza orgogliosa, che in nessun popolo del mondo m’è accaduto d’incontrare… Se li trattate alla pari, vi trattano bene anche loro. Ma, a voler guardarli d’alto in basso, si ricordano d’essere loro i Romani veri.
Adoperano carretti d’una forma che ha del grandioso, come dianzi accennavo, ed insieme d’una semplicità antica. Due lunghe e forti stanghe posano da una parte su due ruote alte, e dall’altra, in linea orizzontale, sul dorso d’un cavallo, anche esso d’alta statura, quasi sempre nero morato, con un’incollatura, una testa, un tutt’insieme che ricorda i cavalli dell’arte antica. Il carretto non ha parapetti. Semplici traverse Io connettono di sotto, sulle quali posano otto barili. Verso sera i carrettieri partono da Genzano, e viaggiano tutta la notte dormicchiando seduti sul barile più vicino alla groppa del cavallo, appoggiandosi da lato alla così detta forcina, che è un ramo d’albero fitto nel carretto, e che dividendosi come le dita della mani in rami minori, forma una specie di nicchia, che rivestono nell’interno con una pelle di pecora. Viaggiano per lo più in parecchi, uno de’ quali veglia (disposizione prudente in campagna di Roma), e così una lanterna di tela pendente sotto un carretto serve per l’intera carovana”.

Massimo d’Azeglio, I miei ricordi, 1867

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