Storie e Leggende Archivio - Pagina 2 di 3 - Roma Sparita | Storia e Cultura Storie e Leggende Archivio - Pagina 2 di 3 - Roma Sparita | Storia e Cultura

Category: Storie e Leggende

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Campana delle Mantellate

“Le Mantellate so’ delle suore, ma a Roma so’ sortanto celle scure. Una campana sona a tutte l’ore, ma Cristo nun c’è sta drento a ‘ste mura”…
Campana in bronzo proveniente dall’ex carcere femminile di Roma delle “Mantellate”, ospitato nel vecchio convento delle suore Mantellate, ordine fondato da Giuliana Falconieri nel XIV a Firenze, così chiamate dal lungo mantello nero indossato.
Per molti secoli il rintocco della campana ha segnato lo scandire delle ore nella quotidianità del carcere: l’ora del risveglio, del cibo, del lavoro, della preghiera, del sonno. La campana delle Mantellate reca la data di fabbricazione 1835 e l’iscrizione CH-AS-AR-IT (Camera Apostolica Reverenda). Originariamente la campana era collocata nelle Carceri Nuove di Via Giulia, fatte costruire da Papa Innocenzo X nel 1655. Successivamente fu trasferita nel carcere femminile di via delle Mantellate, attiguo al carcere giudiziario di Regina Coeli, divenendo un vero e proprio simbolo del vecchio carcere femminile di Roma. Le Mantellate furono chiuse alla fine degli anni Cinquanta e le detenute trasferite nel nuovo carcere femminile di Rebibbia. La campana, ora al Museo Criminologico di Roma, fu custodita presso il carcere di Regina Coeli

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Via Tiburtina

Palazzetto Sartorio al civico 207 di via Tiburtina
Su Via Tiburtina, all’altezza del cimitero del Verano, c’è un palazzetto conosciuto come “il palazzo decorato”, per il bizzarro miscuglio di stili che lo caratterizzano, inoltre, alzando lo sguardo, si scorge una finestra particolare. Si tratta di una bifora dalla quale si affacciano delle figure in terracotta rossa, contornate da una tenda di pizzo, anch’essa di terracotta, che rappresentano un uomo anziano dalla barba fluente e riccia, con la berritta in testa, il tradizionale berretto nero sardo, ed un binocolo in mano, ai suoi lati una ragazza in costume tipico ed un’elegante signora. Tutti e tre guardano per strada e ridono.
La curiosa opera è da attribuirsi allo scultore Giuseppe Maria Sartorio. Nato a Boccioleto in Valsesia nel 1854, l’artista nel 1897 acquistò il terreno sulla Tiburtina sul quale fece costruire l’elegante palazzina chiamata, appunto, il palazzo decorato, che adibì a sua dimora aprendo, al piano terra, la sua bottega, ad uso officina e scuola di scultori ove lavoravano i suoi allievi,
Una leggenda narra che l’originario proprietario del villino, insieme alla moglie e ad una servetta, stavano deridendo una processione funebre che passava sotto la loro finestra, diretta al vicino cimitero del Verano. Pare che la loro fosse un’abitudine, ma un bel giorno la balaustra cedette ed i tre caddero a terra ponendo fine alla loro vita. Un’altra versione della leggenda dice che per questo Dio si indispetti’ e li pietrifico’ in quella posa per l’eternita’. Venuto a conoscenza della leggenda, Sartorio realizzò la finestra a bifora ove si affacciano i tre personaggi della storia

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Palazzo Ruspoli

Al pianoterra del Palazzo Ruspoli ebbe sede nell’Ottocento un celebre locale, il Caffè Nuovo, considerato – forse con un pò di iperbole – il più bello d’Europa. Era in effetti magnifico ed elegantissimo, frequentato da una scelta clientela: Antonio Nibby, Carlo Fea, il Canina, Giovanni Giraud, Massimo d’Azeglio e Stendhal, che abitava in palazzo Ruspoli. Il locale aveva anche un suo portafortuna: Giovanni Giganti detto Baiocco. L’ironia del cognome la si avvertiva vedendolo, poiché era un nanetto e per di più col dorso ornato da una non vistosa ma chiara gibbosità. Il
Belli, in una nota ad un suo sonetto, L’anima der curzoretto apostolico, si soffermò sul personaggio riportando un altro sonetto, da lui «attribuito All’avvocato-cavalier-conte-mar-chese-commendatore Luigi Biondi»:

Dal seme di giganti io nacqui nano,
e mi dier di Bajocco il soprannome.
Alto fui quattro palmi, appunto come
la mezza-canna al nostro uso romano.

Non ebbe il torso mio nulla’ di strano,
ma le gambe fur corte e fatte a crome:
grosso capo, il pel nero, ampie le chiome
schiacciato il naso, e il pie bello e la mano.

Fui del nuovo caffè guardia e decoro,
di chiunque apparia pronto a’ servigi,
buono, saggio, e, a dir vero, un giovin d’oro.

Quanti venian da Londra e da Parigi
mi davan doni, e dir solean fra loro:
questo bajocco val più di un luigi.

Il Caffè Nuovo ebbe anche una sua giornata risorgimentale, il 4 luglio 1849, poco dopo l’entrata in Roma delle truppe francesi. Quel giorno, alcuni ufficiali francesi entrarono nel Caffè e chiesero al proprietario varie consumazioni, tutte rifiutate con pretesti vari, una alla volta e non senza far dello spirito. Alla fine, chiesero dell’acqua ma fu loro negata anche quella: «Non ce n’è più: i Francesi hanno distrutto l’acquedotto che ce la portava». Gli ufficiali se ne andarono, ma il giorno dopo un drappello di fanteria entrò nel Caffè e si dispose in assetto di battaglia.
L’ufficiale comandante disse al proprietario che non potendosi in quel locale avere né caffè, né birra e neppure l’acqua, era inutile mantenerlo come locale pubblico ed era quindi meglio trasformarlo in caserma. Il Caffè Nuovo fu chiuso e riaperto qualche tempo dopo come bettolino per le truppe di occupazione, col nuovo nome di Café Militaire Francais. Durò così per tutta la dominazione francese, quindi riprese il suo nome ed infine, dopo il 20 settembre, si chiamò Caffè d’Italia. Ormai però era cominciata la decadenza ed i proprietari lo abbandonarono: i locali furono occupati dalla succursale della Banca Nazionale. Oggi il ricordo del Caffè Nuovo gode di un eccezionale privilegio: la bandiera tricolore che era issata all’ingresso del locale, fu rimossa dai francesi nel loro primo ingresso in Roma e figura agli Invalides fra le numerose altre bandiere, come se fosse un trofeo di guerra

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La fanciulla dell’Appia

La fanciulla dell’Appia
Il 18 aprile 1485 in un terreno del convento di S. Maria Nuova, sulla via Appia, oltre il mausoleo di Cecilia Metella, fu ritrovato da alcuni muratori lombardi, all’interno di un monumento funerario, un sarcofago marmoreo ermeticamente chiuso, in cui si trovava, conservato miracolosamente con un aspetto vitale, grazie a una particolare mistura, il corpo di una giovane fanciulla tra i 12 e i 15 anni, il cui nome era indicato in un’epigrafe come «Julia filia Claudi». Aveva capelli biondi, sostenuti da una specie di cuffia o benda, occhi e bocca leggermente aperti, denti bianchi, colorito vivo, guance carnose e le membra ancora mobili. Esposta pubblicamente sul Campidoglio nei giorni successivi, suscitò grandissimo scalpore non solo a Roma ma anche in regioni lontane, e provocò un vero e proprio pellegrinaggio, fino a che, divenuta nera a causa dell’effetto dell’aria, per ordine di Innocenzo VIII, per il quale era divenuto increscioso il culto quasi pagano nei suoi confronti, venne segretamente sotterrata fuori di porta Pinciana
Jacob Burckhardt in Die Kultur der Renaissance in Italien

Di quell’evento scrisse l’umanista Bartolomeo da Fonte al suo amico Sassetti
“Mi hai pregato di dirti qualcosa sul corpo di donna trovato di recente presso la Via Appia. Spero soltanto che la mia penna sia in grado di descrivere la bellezza e il fascino di quel corpo. Se non ci fosse la testimonianza di tutta Roma il fatto sembrerebbe incredibile…Nei pressi della sesta pietra miliare dell’Appia, alcuni operai, in cerca d’una cava di marmo, avevano appena estratto un gran blocco quando improvvisamente sprofondarono in una volta a tegole profonda dodici piedi. Rinvennero colà un sarcofago di marmo. Apertolo, vi trovarono un corpo disposto bocconi, coperto d’una sostanza alta due dita, grassa e profumata. Rimossa la crosta odorosa a cominciare dalla testa, apparve loro un volto di così limpido pallore da far sembrare che la fanciulla fosse stata sepolta quel giorno. I lunghi capelli neri aderivano ancora al cranio, erano spartiti e annodati come si conviene a una giovane, e raccolti in una reticella di seta e oro.
Orecchie minuscole, fronte bassa, sopraccigli neri, infine occhi di forma singolare sotto le cui palpebre si scorgeva ancora la cornea. Persino le narici erano ancora intatte e sì morbide da vibrare al semplice contatto di un dito. Le labbra rosse, socchiuse, i denti piccoli e bianchi, la lingua scarlatta sin vicino al palato. Guance, mento, nuca e collo sembravano palpitare. Le braccia scendevano intatte dalle spalle, sì che, volendo, avresti, potuto muoverle. Le unghie aderivano ancora saldamente alle splendide, lunghe dita delle mani distese; anche se avessi tentato non saresti riuscito a staccarle. Petto, ventre e grembo, erano invece compressi da un lato, e dopo l’asportazione della crosta aromatica si decomposero. Il dorso, i fianchi e il deretano avevano invece conservato i loro contorni e le forme meravigliose, così come le cosce e le gambe che in vita avevano sicuramente presentato pregi anche maggiori del viso. In breve, deve essersi trattato della fanciulla più bella, di nobile schiatta, del periodo in cui Roma era al massimo splendore.
Purtroppo il maestoso monumento sopra la cripta è andato distrutto molti secoli or sono senza che sia rimasta neanche un’iscrizione. Anche il sarcofago non porta alcun segno: non conosciamo né il nome della fanciulla, né la sua origine, né la sua età.”

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Romeo Ottaviani “Er Tinea”

Romeo Ottaviani detto “er Tinea”(probabilmente da “sangue di Enea”), il più famoso “bullo” romano, nacque nel 1877 a piazza del Catalone, nel rione di Borgo, per poi trasferirsi con la famiglia in piazza de’ Renzi a Trastevere, dove abitò sino alla morte, fattorino presso gli uffici postali di piazza San Silvestro e di viale di Trastevere, protettore da sempre dei più deboli contro i prepotenti, divenne famoso per aver difeso a suon di schiaffoni, nel 1898, una prostituta, malmenata dal suo protettore (a Roma chiamato “pappone”) in via Frattina, “er Malandrinone”, uno dei più feroci capi induscussi della malavita romana dell’epoca. Questo episodio fece di lui il legittimo capo dei bulli di Roma, iniziò a lavorare come buttafuori nei locali notturni, temuto e rispettato, la casa de “er Più de Trastevere” divenne una specie di ufficio reclami dei più deboli che chiedevano soddisfazione di qualche sopruso o prepotenza, in quella stessa casa, nel 1900, fu ucciso suo fratello per vendetta trasversale, non avendo trovato Romeo. Amatissimo dalle donne di ogni ceto, tanto stimato che anche la polizia chiudeva un occhio se per sedare una lite ci andava pesante. le sue gesta furono spesso riportate dal giornale “Il Messaggero”.
Tinèa morì accoltellato il 6 aprile del 1910 a soli 33 anni, colpito a tradimento da Bastiano Picchione, detto “er Sartoretto”, un gobbo reso pazzo dalla gelosia per la bella Assunta, la moglie del Tinea, forse divenuto uno strumento nelle mani dei nemici di Romeo. Ai suoi funerali parteciparono tutti i bulli, i caporioni ed i Più di tutta la città, tutti i trasteverini, amici, gregari, moltissime donne, ragazzini e una folla di curiosi, il messaggero gli dedicò un ampio spazio e Pietro Masotti, un vetturino suo amico, gli dedicò un sonetto:
“A che serve da esse un nominato,
da sapé a perfezzione maneggià er cortello,
se er boia destino t’ha creato
pè finì come carne da macello?
Quanti n’hai puncicati, t’aricordi?
So’ ricorsi da Paciucci e Pantalone*,
se li riconoscevi che erano balordi
quanno che ci avevi d’appianà quarche questione.
Tremavano li serci quanno camminavi
Cor tu’ personale che metteva paura;
bastava sortanto che tu li guardavi
pe’ sfuggitte come fossi stato ‘na jattura.
Ora sei morto: tutto sarà scordato
E pe’ li bulli sarà na gran vergogna,
quanno diranno che t’ha ammazzato
Bastiano Picchione, ‘na carogna!

Villaggio Giuliano-Dalmata 2

Gli esuli istriani a Roma: Il villaggio Giuliano-Dalmata

Nacque come Villaggio Operaio E42, adibito ad alloggiare gli operai impegnati nell’allestimento dell’ Esposizione Universale di Roma (che originò il quartiere EUR, rinominato nel 1965 in quartiere Europa).
Con lo scoppio della guerra gli operai abbandonarono le loro case che, dopo una breve occupazione anglo americana, rimasero abbandonate. Nel 1947, dodici famiglie di profughi giuliani si insediarono nel villaggio, ribattezzandolo Villaggio Giuliano. [Continua a leggere…]

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11 novembre

Li undici de novembre, guasi tutti li cornuti contenti
de Roma, se trovàveno le porte de la casa de loro
infiorate de mortella, de fiori, de nastri, de corna,
de sonetti, e dde ‘réna ggialla sparsa per tera.

‘Sto regalo je lo faceva in de la nottata quarche
amico aifìfezzionato, che si ppoi er cornuto lo vieniva
a scropi’, spesso spesso ce scappava l’ammazzato.

Come saperete tutti. San Martino è er protettore
de li sordati e dde li cornuti.

De li sordati, perchè ppuro quer santo è stato sor-
dato ; de li cornuti poi nun ve lo so a ddì’ : armeno
che anche lui nun ciavessi avuto moje !

Giggi Zanazzo

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Storie di Roma

Si racconta che a Roma ci fosse una donna molto litigiosa e attaccabrighe. Quando le donne si ritrovavano a lavare i panni al fiume lei non perdeva occasione per litigare con le sue vicine, per qualsiasi motivo, ed era quindi diventata famosa per le sue invettive.
Ma era sicuramente anche molto famoso il suo modo di scaricare la rabbia: dopo aver tanto litigato era solita recarsi sotto un’immagine di una Madonnina, posta in un’edicola vicino casa sua. Fattosi il segno della croce con tutta la devozione possibile, cominciava ad intonare questa litania indirizzata alla persona con la quale aveva litigato…(continua cliccando sulla foto)

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Frate Orsenigo – er cacciadenti auffa de ‘na vorta

Avere mal di denti a Roma alla fine dell’800 non era affatto un problema. Sull’Isola Tiberina infatti, tra la spalletta di Ponte quattro Capi e la chiesa di S Giovanni Calibita, c’era un ottimo gabinetto dentistico molto rinomato, frequentato, gratuito e, soprattutto, indolore.
Era lo studio di Fra Battista Orsenigo, il più famoso “cavadenti” di tutta Roma attivo tra il 1868 e il 1903.
Fra Orsenigo era originario di Pusiano (Como) e aveva imparato nella bottega del padre, macellaio, l’arte dell’usare le mani e del tagliare. A 26 anni aveva poi preso i voti e la sua abilità fu scoperta e coltivata dal chirurgo Fra’ Benedetto Nappi, dell’ospedale di Firenze, che lo addestrò in quella che era considerata la “bassa” chirurgia e in particolare nel togliere i denti. Quando Fra’ Orsenigo si trasferì a Roma gli donò molti ferri odontoiatrici e fu proprio con questi ferri che il frate giunto a Roma aprì il suo gabinetto. Ma il suo non era uno studio dentistico come tutti gli altri.
La sua specialità infatti era quella di estrarre i denti alle persone senza l’ausilio di alcuno strumento ma con la sola forza delle mani e spesso il paziente si ritrovava senza dente senza nemmeno accorgersene. Il frate, con la scusa di palpare la gengiva dolente, esercitava una leggera pressione e il dente si staccava senza male alcuno, anche perchè il paziente era rilassato nel non vedere pinze, tenaglie o altri arnesi, di indubbia utilità ma dall’aspetto spaventoso per il povero dolorante paziente. Di sicuro lo aiutava in questa operazione anche la sua non comune prestanza fisica tanto che fu definito, dall’umorista Filiberto Scarpelli, come “un corrazziere lombardo in abito fantesco”. E pare che il frate si esercitasse ogni giorno con una pesante clava per rinforzare la muscolatura delle mani e fortificare così la presa delle sue dita.

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La storia di Righetto

Righetto era un bambino di 12 anni, orfano di entrambi i genitori, che lavorava per un fornaio facendo consegne. Suo compagno era l’inseparabile cane chiamato “Sgrullarella”. Nell’estate del 1849 si trovò ad essere un protagonista attivo nella difesa della Repubblica Romana, proclamata a Roma dopo la cacciata di Papa Pio IX.
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