Roma Sparita | Storia e Cultura - Pagina 40 di 40 - «Un popolo che non conosce il proprio passato, origine e cultura è come un albero senza radici» (Marcus Garvey) Roma Sparita | Storia e Cultura - Pagina 40 di 40 - «Un popolo che non conosce il proprio passato, origine e cultura è come un albero senza radici» (Marcus Garvey)

Roma Sparita | Storia e Cultura

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Roma Sparita

Che t’hanno fatto? Dimme chi è stato
A fatte spari’ dar giorno alla notte!
Er volto che avevi te s’è deturpato
Come se er tempo t’ha dato le botte…

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L’eco der core

Canzone de ‘sto còre appassionato
Che spasimi pe’ lei tutte le pene
Faje sentì cor canto delicato
‘Sta fiamma che me brucia nelle vene
Di che pe’ lei sortanto
Io smanio soffro e canto.

Nell’aria dorce e tenera
Assieme cor profumo de ogni fiore
Porta ‘na nota limpida
Co’ l’eco de ‘sto còre
Che dice co’ ‘na voce de incantesimo
Amore, amore amore.

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Er sorcio de città e er sorcio de campagna

Un Sorcio ricco de la capitale
invitò a pranzo un Sorcio de campagna.
– Vedrai che bel locale,
vedrai come se magna…
– je disse er Sorcio ricco – Sentirai!
Antro che le caciotte de montagna!
Pasticci dorci, gnocchi,
timballi fatti apposta,
un pranzo co’ li fiocchi! una cuccagna! –
L’istessa sera, er Sorcio de campagna,
ner traversà le sale
intravidde ‘na trappola anniscosta;
– Collega, – disse – cominciamo male:
nun ce sarà pericolo che poi…?
– Macché, nun c’è paura:
– j’arispose l’amico – qui da noi
ce l’hanno messe pe’ cojonatura.
In campagna, capisco, nun se scappa,
ché se piji un pochetto de farina
ciai la tajola pronta che t’acchiappa;
ma qui, se rubbi, nun avrai rimproveri.
Le trappole so’ fatte pe’ li micchi:
ce vanno drento li sorcetti poveri,
mica ce vanno li sorcetti ricchi!

Trilussa

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Sora Menica

A Roma a Roma belle le romane
ma so’ più belle le trasteverine
l’arubbacori so’ le monticiane
l’arubbacori so’ le monticiane

Sora Menica Sora Menica
oggi è domenica. Lassece stà.

Semo trasteverine e nun tremamo
Paura nun avemo de nisuno
c’avemo bona lingua e mejo mano
c’avemo bona lingua e mejo mano.

Sora Menica Sora Menica
oggi è domenica. Lassece stà.

Sete la banderola de Castello
avete dato er core a questo e quello
‘na botta ve cercate de cortello
‘na botta ve cercate de cortello

Sora Menica Sora Menica
oggi è domenica. Lassece stà.

Er core mio l’ho dato a chi me pare
l’anno tenuto tutti come ‘n fiore
er vostro s’è appassito ner cantone
er vostro s’è appassito ner cantone

Sora Menica Sora Menica
oggi è domenica. Lassece stà.

Canzone popolare di un autore anonimo che racconta della contrapposizione tra rioni di Roma attraverso il “botta e risposta” tra le ragazze di Monti e quelle di Trastevere.

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Er primo amore

Fu un venerdì , pe’ Pasqua Befania,
er sei gennaio der novantasei.
“No Checchino, è impossibbile! Tu sei
troppo scocciante co’ ‘sta gelosia!

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La fontana della Terrina

In Piazza della Chiesa Nuova si trova una fontana dall’aspetto bizzarro: sembra una zuppiera con tanto di coperchio e questa forma le ha fatto attribuire il nome di “terrina”.
Originariamente si trovava al centro della Piazza di Campo dei Fiori ed è stata progettata e realizzata da Giacomo della Porta tra il 1590 e il 1595.
Inizialmente non era dotata di coperchio, che fu invece aggiunto nel 1622 come recita l’iscrizione posta nel colarino: “Ama Dio e non fallire, fa del bene e lassa dire. MDCXXII”.
E’ da questo momento in poi che sarà ribattezzata dai romani “la fontana della Terrina”. L’aggiunta del coperchio si rese obbligatoria vista la posizione della fontana: al centro del mercato di Campo de’ Fiori, nonostante i divieti e le misure contro chi sporcava le fontane, non si riusciva ad evitare che la vasca fosse riempita di ortaggi, verdure e rifiuti vari. L’unica soluzione sembrò quindi quella di coprirla e metterle un coperchio.
Nel 1889 fu spostata per far posto alla statua di Giordano Bruno e fu dimenticata nei magazzini comunali, fino al 1924 quando ha finalmente trovato la sua definitiva sistemazione.

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Bolla de Sapone

Lo sai ched’è la Bolla de Sapone?
L’astuccio trasparente d’un sospiro.
Uscita da la canna vola in giro,
sballottolata senza direzzione,
pe’ fasse cunnolà, come se sia
dall’aria stessa che la porta via.

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La magica notte di San Giovanni

La notte tra il 23 e il 24 giugno è la notte di San Giovanni, una notte magica, una notte in cui è possibile incontrare le streghe e in cui gli spiriti sono liberi nell’aria. Secondo una credenza popolare in questa notte i fantasmi di Erodiade e di Salomè, responsabili dell’uccisione di San Giovanni Battista e per questo condannate a vagare per il mondo su una scopa, chiamavano a raccolta tutte le streghe sui prati del Laterano.
Per scongiurare questo rischio ecco che tutta la piazza si riempiva di falò accesi e da tutti i Rioni si concentravano i Romani per pregare, vedere le streghe e mangiare le lumache. Le corna delle lumache simboleggiano infatti le discordie e le preoccupazioni, e mangiarle significa mettere pace, cancellare tutto in questa notte magica e dare il via d un nuovo inizio fatto di pace e prosperità.
Chi non si fidava dello spurgo garantito dagli osti preferiva magari comprare le lumache dai lumacari e cucinarle a casa portandole poi alla festa in un pentolino al tavolo dell’osteria dove, ordinando da bere, le mangiava in compagnia degli altri famigliari.
Era inoltre molto importante far rumore con le trombe, con i campanacci, tamburelli e petardi. Solo con i rumori assordanti e con la luce si poteva infatti impedire alle streghe di cogliere certe erbe che, raccolte in questa notte speciale, sarebbero state alla base dei loro incantesimi.
Ed era importante munirsi d’aglio e usare alcuni accorgimenti prima di uscire di casa, per impedire alle streghe di entrare: era necessario rovesciare davanti alla porta di casa una manciata di sale grosso e una scopetta di saggina. Le streghe si sarebbero fermate incuriosite sull’uscio per contare i grani del sale e i fili di saggina e perdendo spesso il conto avrebbero dovuto ricominciare fino all’alba, quando il sole le avrebbe fatte scappare via.
La festa terminava all’alba quando il papa si recava a San Giovanni per celebrare la messa.
Dal 1891 venne organizzato annualmente un festival della canzone romana. Si racconta che proprio la prima edizione fu caratterizzata da un incidente che ne posticipò addirittura di una settimana lo svolgimento. Il palco del concerto rischiò infatti di crollare sotto il peso dell’orchestra. Tutti pensarono al malocchio e la rassegna si tenne la settimana successiva. La canzone che vinse si intitolava “le Streghe”, di Leopoldo Fregoli.
Giggi Zannazzo così ci descrive questa notte:
La viggija de San Giuvanni, s’aùsa la notte d’annà’, ccome sapete, a San Giuvanni Latterano a ppregà’ er Santo e a mmagnà le lumache in de ll’osterie e in de le bbaracche che sse fanno appostatamente pe’ quela notte. For de la Porta, verso la salita de li Spiriti, c’era parecchi anni fa, ll’osteria de le Streghe, indove quela notte ce s’annava a ccéna. A ttempo mio, veramente, non se faceva tutta ’sta gran babbilogna che sse fa adesso. Ce s’annava co’ le torcie accese o cco’ le lenterne, perchè era scuro scuro allora, ppe’ divuzzione davero, e ppe’ vvedè’ le streghe.
Come se faceva pe’ vvedelle? Uno se portava un bastone fatto in cima a forcina, e quanno stava sur posto, metteva er barbozzo drento a la furcina, e in quer modo poteva vede’ bbenissimo tutte le streghe che ppassàveno llaggiù vverso Santa Croce in Gerusalemme, e vverso la salita de li Spiriti.
Pe’ scongiuralle, bbastava de tienè’ in mano uno scopijo, un capodajo e la spighetta cor garofoletto. S’intenne che pprima d’uscì’ dda casa, de fôra de la porta, ce se metteva la scopa e er barattolo der sale. Accusì si una strega ce voleva entrà’ nu’ lo poteva, si pprima che sonassi mezzanotte nun contava tutti li zzeppi de la scopa e ttutte le vaghe der sale. Cosa che bbenanche strega, nu’ je poteva ariuscì’; perchè, si sse sbajava a ccontà’ aveva d’arincomincià’ dda capo.
Pe’ non faccele poi avvicinà’ ppe’ gnente, bbastava a mmette su la porta de casa du’ scope messe in croce. Come la strega vedeva la croce, er fugge je serviva pe’ ccompanatico! Presempio, chi aveva pavura che la strega j’entrassi a ccasa da la cappa der cammino, metteva le molle e la paletta in croce puro llà, oppuramente l’atturava cor setaccio.

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La fontana del Babuino

Roma è famosa per le sue fontane meravigliose ma ce n’è una che non brilla certo per bellezza, ed è proprio la fontana del Babuino, in Via del Babuino.
La sua storia risale al 1571 quando il commerciante ferrarere Alessandro Grandi realizzò, a sue spese, una fontana ad uso pubblico. Secondo una prassi consueta a quei tempi, in cambio della concessione, da parte di Papa Pio IV, dell’erogazione dell’acqua direttamente nel suo palazzo il Grandi fece addossare al prospetto dell’edificio una vasca in marmo africano che serviva anche da abbeveratoio per gli animali. Come decorazione delle vasca si scelse di mettere la statua di un sileno a grandezza naturale. (Continua a leggere)

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Il lago di Piazza Navona

In una delle piazze più belle di Roma il 23 giugno del 1652 papa Innocenzo X inaugurò la consuetudine di far allagare la piazza per far divertire e rinfrescare i Romani durante la calura estiva. Tutti i sabati e le domeniche di agosto le fontane venivano chiuse e l’acqua poteva debordare allagando la piazza che si trasformava quindi in un “lago”.