Roma Sparita | Storia e Cultura - Pagina 15 di 34 - «Un popolo che non conosce il proprio passato, origine e cultura è come un albero senza radici» (Marcus Garvey)

Roma Sparita | Storia e Cultura

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Er teppista

Credi ch’io sia monarchico? Pe’ gnente:
che me ne frega? E manco socialista!
Repubbricano? Affatto! Io so’ teppista
e, pe’ de più, teppista intransiggente!

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La settimana der lavoratore

Er lunedì piantassimo(1) er servizzio
perché ce venne l’ordine da fôri,
er martedì sospesi li lavori,
er mercordì fu chiuso l’esercizzio.

Giovedì scioperai co’ li sartori
perché mi’ moje sta ner sodalizzio,
e venerdì che fecero er comizzio
fui solidale co’ li scopatori.

Sabbato s’aspettò la decisione
con una bicchierata socialista
a li compagni de la Commissione;

e intanto fu firmata una protesta
contro la borghesia capitalista
che ce fa lavorà puro la festa!

Trilussa

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Lo sciopero

Fu er presidente de la Lega mia,
ch’era avvocato de li scioperanti,
fu propio lui che disse: — Avanti! Avanti!
Scendemo in piazza! Evviva l’anarchia! —

A ‘ste parole qui, per quanto sia,
ce s’infocò la testa a tutti quanti:
ma sur più bello ce sbucò davanti
uno squadrone de cavalleria.

Se la sommossa rivoluzzionaria
quer giorno nun pijò ‘na brutta piega
fu per via che sparaveno per aria;

ma per un pelo un córpo de moschetto
ciammazza er presidente de la Lega
che s’era riparato in cima a un tetto!

Trilussa

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All’anno novo

Anno che nasci: si voi avecce un vanto,
nun ce devi portà dolori e pene
devi portà soltanto
un’epoca de bene,
un’epoca de pace,
e soprattutto devi fa capace
‘sta pora umanità scema e traviata
d’apprezzà quanto ar monno c’è de bello
quanto ar monno ce stà p’esse felice.
Tant’omini de quelli cor cervello,
de quelli che se dice
che so geni, non hanno che inventato
cannoni, bombe atomiche, li gasse
e tant’altri ingredienti p’ammazzasse,
cosa che te dimostra, e fa vergogna,
che l’omo more si nun cerca rogna.
‘Sto poro mezzo secolo passato
è stato insanguinato!
Speramo armeno che da tante pene
ne scaturisca un bene!
Speramo che la gente
se scordi ogni rancore
e se possa convince finarmente
che la felicità sta nell’amore.
Volesse bene… E’ questa la ricetta
che nun se sbaia mai,
che fa trovà la via benedetta,
che sa fa superà tutti li guai.
Caro anno novo mio si ce sai fa
fallo entrà in testa tu all’umanità.
Se riuscirai a fa questo
diremo che sei stato un anno onesto,
un anno senza pene e senza guai…
e quanno moriarai
noi resteremo co’ la bocca amara
come chi perde ‘ma persona cara.

Checco Durante

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Lo scolo der ’34

Oggi trentun discemmre, ch’è ffinita
st’annata magra de Ggiusepp’abbreo,
la siggnora fratesca ggesuita
pe rrenne grazzie a Ddio canta er Tedeo.

Dimani poi, si Ccristo je dà vvita,
ner medemo convento fariseo
s’intona un’antra antifona, aggradita
a lo Spiritossanto Paracreo.

E a cche sserveno poi tanti apparecchi?
er distino oramai pare disciso
c’oggn’anno novo è ppeggio de li vecchi.

Pòi defatti cantà cquanto tu vvòi,
ché ggià Ddio bbenedetto ha in paradiso
antri gatti a ppelà che ssentí nnoi.

31 dicembre 1834, “Lo scolo der ’34”, Sonetto di G.G.Belli

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Li calendari

I
Jeri me so’ comprato un calendario,
si tu lo vedi, ch’è ‘na sciccheria:
ortre der giorno e er santo, c’è l’orario
cór cambiamento de l’Avemmaria.

De dietro a ogni fojetto der lunario
c’è er pezzettino d’una poesia,
un proverbio, un consijo culinario,

e la ricetta pe’ ‘na malatia.
Però er cattivo è questo: se un ber giorno
nun ciò un bajocco, trovo sur fojetto:
«Sottopetti di pollo col contorno.»

E se a marzo me scotto in quarche posto,
p’avé er rimedio da ‘sto lunarietto,
ho d’aspettà li sedici d’agosto…

II
Questo sarebbe gnente: ciò trovato
un impiccio davero più maggiore,
perché se vede che lo stampatore,
co’ la prescia o che antro, s’è sbajato.

Er fatto sta che a un giorno cià mischiato
una bella sentenza su l’amore
cór modo de curasse er rifreddore
e de còce l’abbacchio brodettato.

Defatti ce so’ scritte ‘ste parole:
«Se amate veramente una donzella
fregatevi la parte che vi dole:

pigliate una pezzetta di flanella…
sbattete l’uova ne le cazzarole
e dopo ciò mettetelo in padella…»

Trilussa

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Il mercato del pesce e il cottìo di Natale

IL MERCATO DEL PESCE E IL COTTIO DI NATALE

Nella notte tra il 23 e il 24 dicembre si svolgeva a Roma uno spettacolo che costituiva un’attrattiva irresistibile per signore, signori, popolani e forestieri: il cottìo di Natale o vendita all’asta del pesce.
La tradizione imponeva che la cena della vigila di Natale fosse a base di pesce e verdure e proprio per organizzare il cenone si cominciava la vendita del pesce, il cottìo (dal latino medievale coctigium) già dalle primissime ore del mattino del 23 dicembre fino a tutto il 24, o meglio fino alla vendita totale di tutto il pesce che proveniva da Anzio, Nettuno e Civitavecchia. La vendita si svolgeva in forma di asta secondo modalità tradizionali e con termini comprensibili solo ai cottiatori e agli acquirenti che erano venditori al minuto, gestori di trattorie, o i cuochi delle grandi famiglie romane. Da un sonetto del Belli del 1845 sappiamo alcuni dei rezzi del pesce:
Eh, ll’aliscette e la frittura a nove, / Li merluzzi e le trije a diesci e mmezzo / Le linguettole e rrommo a ddù’ carlini, / A un papetto la spigola e r’dentale; / E su sto tajjo l’antri pesci fini.
……

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Antichi mestieri: Lo Zampognaro

Antichi mestieri: Lo Zampognaro

Il giorno di Santa Caterina, il 25 novembre, dall’Abbruzzo, ma anche dal Lazio, Campania, Lucania, Calabria e perfino dalla Sicilia arrivavano a Roma gli zampognari a riempire l’aria delle loro melodie in attesa del Natale. Il loro abbigliamento tipico era caratterizzato da pantaloni corti, giacca di fustagno, ampio mantello o un pelliccione, berretto a calza con fiocco e cioce ai piedi. Solitamente arrivavano in coppia o in trio, il più anziano con la zampogna vera e propria, un altro con la ciaramella o altri strumenti a fiato e un altro ancora con il canto e tradizionalmente si trattava di pastori o contadini che si trasferivano temporaneamente in città per il periodo natalizio. Continua a leggere…

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Roma Sonora

La buona acustica non è che il corollario, la limpida conferma della bella architettura. Sono le stesse leggi di trasmissioni, di ritmo, di equilibrio e d’elasticità: tutto parte, rimbalza, si moltiplica, si accorda, ritorna; così anche il suono, come l’acqua, corre vivo, come la luce, echeggia sui marmi monumentali.
Per questa ragione Roma è la città più sonora del Mediterraneo. Tutte le voci del mondo si concentrano là. E’ una conchiglia. Il suono non muore mai, non si cheta, scroscia nei suoi meandri; venature, cavità, orifizi lo riconducono all’aria.
Sotto i tuoi piedi c’è il dedalo: catacombe, cripte, labirinti – canali evacuati dalla storia – Roma è costruita sul vuoto. […]
A mezzodì il colpo di cannone si ripercuote e sfiata nell’azzurro e i sette colli si danno la voce.
Poi tre timbri , tre note fondamentali riprendono il discorso di prima: la pietra, il bronzo e l’acqua.
Più tardi il sole picchia sulla cupola delle basiliche come il martello sull’incudine.
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‘Na Bella passeggiata

Annavo passeggianno pè ‘r Tritone
– perché tanto all’ufficio c’era festa –
e vò a infrocià cò ‘na dimostrazione
che se faceva in segno de protesta

Me se para davanti ‘n capellone,
strilla: “Er potere ar popolo!” e m’assesta
un carcio in panza. Casco ginocchione
e lui me dà ‘na tortorata in testa.

Si c’ereno le guardie? Mancomale!
Ma nun arzeno un dito, quelli, senza
l’ordine che je viè dar Viminale.

Pè fortuna, però, c’è chi ce penza.
Ho letto, mentre stavo all’ospedale,
che er governo condanna la violenza.

Carlo Tarini