Roma Sparita | Storia e Cultura - Pagina 5 di 41 - «Un popolo che non conosce il proprio passato, origine e cultura è come un albero senza radici» (Marcus Garvey) Roma Sparita | Storia e Cultura - Pagina 5 di 41 - «Un popolo che non conosce il proprio passato, origine e cultura è come un albero senza radici» (Marcus Garvey)

Roma Sparita | Storia e Cultura

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Via Tiburtina

Palazzetto Sartorio al civico 207 di via Tiburtina
Su Via Tiburtina, all’altezza del cimitero del Verano, c’è un palazzetto conosciuto come “il palazzo decorato”, per il bizzarro miscuglio di stili che lo caratterizzano, inoltre, alzando lo sguardo, si scorge una finestra particolare. Si tratta di una bifora dalla quale si affacciano delle figure in terracotta rossa, contornate da una tenda di pizzo, anch’essa di terracotta, che rappresentano un uomo anziano dalla barba fluente e riccia, con la berritta in testa, il tradizionale berretto nero sardo, ed un binocolo in mano, ai suoi lati una ragazza in costume tipico ed un’elegante signora. Tutti e tre guardano per strada e ridono.
La curiosa opera è da attribuirsi allo scultore Giuseppe Maria Sartorio. Nato a Boccioleto in Valsesia nel 1854, l’artista nel 1897 acquistò il terreno sulla Tiburtina sul quale fece costruire l’elegante palazzina chiamata, appunto, il palazzo decorato, che adibì a sua dimora aprendo, al piano terra, la sua bottega, ad uso officina e scuola di scultori ove lavoravano i suoi allievi,
Una leggenda narra che l’originario proprietario del villino, insieme alla moglie e ad una servetta, stavano deridendo una processione funebre che passava sotto la loro finestra, diretta al vicino cimitero del Verano. Pare che la loro fosse un’abitudine, ma un bel giorno la balaustra cedette ed i tre caddero a terra ponendo fine alla loro vita. Un’altra versione della leggenda dice che per questo Dio si indispetti’ e li pietrifico’ in quella posa per l’eternita’. Venuto a conoscenza della leggenda, Sartorio realizzò la finestra a bifora ove si affacciano i tre personaggi della storia

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Palazzo Ruspoli

Al pianoterra del Palazzo Ruspoli ebbe sede nell’Ottocento un celebre locale, il Caffè Nuovo, considerato – forse con un pò di iperbole – il più bello d’Europa. Era in effetti magnifico ed elegantissimo, frequentato da una scelta clientela: Antonio Nibby, Carlo Fea, il Canina, Giovanni Giraud, Massimo d’Azeglio e Stendhal, che abitava in palazzo Ruspoli. Il locale aveva anche un suo portafortuna: Giovanni Giganti detto Baiocco. L’ironia del cognome la si avvertiva vedendolo, poiché era un nanetto e per di più col dorso ornato da una non vistosa ma chiara gibbosità. Il
Belli, in una nota ad un suo sonetto, L’anima der curzoretto apostolico, si soffermò sul personaggio riportando un altro sonetto, da lui «attribuito All’avvocato-cavalier-conte-mar-chese-commendatore Luigi Biondi»:

Dal seme di giganti io nacqui nano,
e mi dier di Bajocco il soprannome.
Alto fui quattro palmi, appunto come
la mezza-canna al nostro uso romano.

Non ebbe il torso mio nulla’ di strano,
ma le gambe fur corte e fatte a crome:
grosso capo, il pel nero, ampie le chiome
schiacciato il naso, e il pie bello e la mano.

Fui del nuovo caffè guardia e decoro,
di chiunque apparia pronto a’ servigi,
buono, saggio, e, a dir vero, un giovin d’oro.

Quanti venian da Londra e da Parigi
mi davan doni, e dir solean fra loro:
questo bajocco val più di un luigi.

Il Caffè Nuovo ebbe anche una sua giornata risorgimentale, il 4 luglio 1849, poco dopo l’entrata in Roma delle truppe francesi. Quel giorno, alcuni ufficiali francesi entrarono nel Caffè e chiesero al proprietario varie consumazioni, tutte rifiutate con pretesti vari, una alla volta e non senza far dello spirito. Alla fine, chiesero dell’acqua ma fu loro negata anche quella: «Non ce n’è più: i Francesi hanno distrutto l’acquedotto che ce la portava». Gli ufficiali se ne andarono, ma il giorno dopo un drappello di fanteria entrò nel Caffè e si dispose in assetto di battaglia.
L’ufficiale comandante disse al proprietario che non potendosi in quel locale avere né caffè, né birra e neppure l’acqua, era inutile mantenerlo come locale pubblico ed era quindi meglio trasformarlo in caserma. Il Caffè Nuovo fu chiuso e riaperto qualche tempo dopo come bettolino per le truppe di occupazione, col nuovo nome di Café Militaire Francais. Durò così per tutta la dominazione francese, quindi riprese il suo nome ed infine, dopo il 20 settembre, si chiamò Caffè d’Italia. Ormai però era cominciata la decadenza ed i proprietari lo abbandonarono: i locali furono occupati dalla succursale della Banca Nazionale. Oggi il ricordo del Caffè Nuovo gode di un eccezionale privilegio: la bandiera tricolore che era issata all’ingresso del locale, fu rimossa dai francesi nel loro primo ingresso in Roma e figura agli Invalides fra le numerose altre bandiere, come se fosse un trofeo di guerra

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Sant’ Ivo alla Sapienza

Lanterna della cupola della chiesa di Sant’Ivo alla Sapienza (Francesco Borromini), realizzata a partire dal 1643. L’edificio “La Sapienza” che circonda la chiesa di S. Ivo era la sede della prima Università di Roma, voluta dal papa Bonifacio VIII con la bolla pontificia “in suprema praeminentia dignitatis” nel 1303 con il nome latino: «Studium Urbis»; pertanto è una delle più antiche d’Italia. Quando l’Università fu trasferita nella nuova grande struttura nel quartiere Tiburtino, portò con sè il nome “La Sapienza”

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La fanciulla dell’Appia

La fanciulla dell’Appia
Il 18 aprile 1485 in un terreno del convento di S. Maria Nuova, sulla via Appia, oltre il mausoleo di Cecilia Metella, fu ritrovato da alcuni muratori lombardi, all’interno di un monumento funerario, un sarcofago marmoreo ermeticamente chiuso, in cui si trovava, conservato miracolosamente con un aspetto vitale, grazie a una particolare mistura, il corpo di una giovane fanciulla tra i 12 e i 15 anni, il cui nome era indicato in un’epigrafe come «Julia filia Claudi». Aveva capelli biondi, sostenuti da una specie di cuffia o benda, occhi e bocca leggermente aperti, denti bianchi, colorito vivo, guance carnose e le membra ancora mobili. Esposta pubblicamente sul Campidoglio nei giorni successivi, suscitò grandissimo scalpore non solo a Roma ma anche in regioni lontane, e provocò un vero e proprio pellegrinaggio, fino a che, divenuta nera a causa dell’effetto dell’aria, per ordine di Innocenzo VIII, per il quale era divenuto increscioso il culto quasi pagano nei suoi confronti, venne segretamente sotterrata fuori di porta Pinciana
Jacob Burckhardt in Die Kultur der Renaissance in Italien

Di quell’evento scrisse l’umanista Bartolomeo da Fonte al suo amico Sassetti
“Mi hai pregato di dirti qualcosa sul corpo di donna trovato di recente presso la Via Appia. Spero soltanto che la mia penna sia in grado di descrivere la bellezza e il fascino di quel corpo. Se non ci fosse la testimonianza di tutta Roma il fatto sembrerebbe incredibile…Nei pressi della sesta pietra miliare dell’Appia, alcuni operai, in cerca d’una cava di marmo, avevano appena estratto un gran blocco quando improvvisamente sprofondarono in una volta a tegole profonda dodici piedi. Rinvennero colà un sarcofago di marmo. Apertolo, vi trovarono un corpo disposto bocconi, coperto d’una sostanza alta due dita, grassa e profumata. Rimossa la crosta odorosa a cominciare dalla testa, apparve loro un volto di così limpido pallore da far sembrare che la fanciulla fosse stata sepolta quel giorno. I lunghi capelli neri aderivano ancora al cranio, erano spartiti e annodati come si conviene a una giovane, e raccolti in una reticella di seta e oro.
Orecchie minuscole, fronte bassa, sopraccigli neri, infine occhi di forma singolare sotto le cui palpebre si scorgeva ancora la cornea. Persino le narici erano ancora intatte e sì morbide da vibrare al semplice contatto di un dito. Le labbra rosse, socchiuse, i denti piccoli e bianchi, la lingua scarlatta sin vicino al palato. Guance, mento, nuca e collo sembravano palpitare. Le braccia scendevano intatte dalle spalle, sì che, volendo, avresti, potuto muoverle. Le unghie aderivano ancora saldamente alle splendide, lunghe dita delle mani distese; anche se avessi tentato non saresti riuscito a staccarle. Petto, ventre e grembo, erano invece compressi da un lato, e dopo l’asportazione della crosta aromatica si decomposero. Il dorso, i fianchi e il deretano avevano invece conservato i loro contorni e le forme meravigliose, così come le cosce e le gambe che in vita avevano sicuramente presentato pregi anche maggiori del viso. In breve, deve essersi trattato della fanciulla più bella, di nobile schiatta, del periodo in cui Roma era al massimo splendore.
Purtroppo il maestoso monumento sopra la cripta è andato distrutto molti secoli or sono senza che sia rimasta neanche un’iscrizione. Anche il sarcofago non porta alcun segno: non conosciamo né il nome della fanciulla, né la sua origine, né la sua età.”

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Porta del Popolo

Parte esterna della Porta del Popolo, a destra la Chiesa Protestante posta fuori dalle mura.
Incisione di anonimo anno 1868 ca

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Villa Pamphili

Villa Pamphili
Ben nove chilometri di perimetro fanno di questa splendida dimora campestre la più vasta residenza principesca di Roma. Fu il cardinale Giovanni Battista Pamphilj, a volere questa dimora fuori porta San Pancrazio, tra il Gianicolo e la via Aurelia, intorno al 1644. Fu chiamato lo scultore bolognese Alessandro Algardi, al quale venne affidata l’intera costruzione della villa come ricorda il Milizia: «La rinomata Villa Pamphilj è tutta opera dell’Algardi, sì per l’architettura del palazzo e per gli ornamenti, come per l’invenzione delle fontane, e per la pianta della villa, regolata con somma giudizio nelle disuguaglianze de’ siti irregolari, nella varietà de’ viali, e nel darle un dilettevole e nobile aspetto, onde con ragione è stata chiamata Belrespiro, ed è forzato ognuno a confessare esser questa la più bella villa di Roma». Nella foto del panorama primeggia la basilica di San Pietro

Anno: 1855
Fotografo: Ludovico Tuminello
Aggiunta da Mario Visconti

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Piazza dell’Esquilino

Piazza Esquilino, panorama da un terrazzo.
La piazza, posta a livello assai più basso della contigua piazza di Santa Maria Maggiore, risulta dall’unione di due antichissime piazzette (Pozzo Roncone e delle Case d’Orlando) sparite da moltissimo tempo. Il Pozzo Roncone, in origine chiamato semplicemente “pozzo”, tanto che la chiesa di Sant’Alberto aveva l’appellativo “al Pozzo”, si estendeva all’incirca dove oggi è il Monastero del Bambino Gesù nella via Urbana: lo fiancheggiava una strada che, slargandosi, dava luogo ad una piazzetta detta delle Case d’Orlando. Difficile oggi formulare un’ipotesi sicura sui due appellativi, ma possiamo arguire che sia Roncone che Orlando indichino proprietà di due primiceri o maggiorenti della Compagnia de’ Raccomandati o dell’ospedale di Sant’Adalberto, per i lebbrosi, che qui sorgeva.
Sisto V ridusse la piazza allo stato attuale e vi fece innalzare l’obelisco che giaceva spezzato nella via San Rocco dopo aver ornato – con il gemello oggi in piazza del Quirinale – l’ingresso del Mausoleo di Augusto. Questo obelisco – alto 14 metri – conserva la più bella epigrafe fra quelle di simili monumenti

Anno: 1860 ca
Fotografo: Ludovico Tuminello
Fonte: Roma, Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione
Aggiunta da Mario Visconti

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Palazzo Ruspoli

Palazzo Ruspoli con «scalino».
È ad angolo tra via della Fontanella di Borghese e via del Corso, arrivando fino a piazza San Lorenzo in Lucina e, sul dietro, è fiancheggiato da via del Leoncino. Ha un ingresso su via del Corso, ma il portone principale è su Largo Goldoni, così come la facciata gentilizia, rifatta da Martino Longhi il giovane. Il marchese Francesco Ruspoli aveva donato a Clemente XI l’armamento completo per un reggimento di fanteria ed il Papa volle ricompensarlo con il titolo di principe di Cerveteri. Cresciuto quindi nell’arengo nobiliare, il neo principe acquistò dai Caetani questo palazzo che i Rucellai si erano fatti costruire da Bartolomeo Ammannati nel 1586. La facciata minore, sul Corso, fu architettata probabilmente dal Breccioli. Lo scalone d’onore era citato in una filastrocca popolare sulle Quattro meraviglie di Roma e cioè:
1. Il cembalo di Borghese
2. il dado di Farnese
3. la scala di Caetani
4. il portone di Carboniani.
Vi dimorò l’ex regina d’Olanda, Ortensia, con il figlio Luigi Napoleone, futuro Napoleone III; al secondo piano, verso il 1855, si aprì il salotto dei Vannutelli, frequentato da musicisti come Liszt, Bizet e Gounod, perché dieci dei dodici figli del proprietario, Giuseppe Vannutelli, erano musicisti e avevano messo su una sorta di accademia filarmonica. Restò celebre un’esecuzione dell’Orfeo di Gluck

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La Crisi secondo er Sor Capanna

La Crisi secondo er Sor Capanna (fine ‘800)

Sentite che vve dice er sor Capanna
ch’er millenovecento s’avvicina:
ritorneremo ai tempi della manna,
a uffa ce daranno la farina.
Ma speramo ar novocento,
fenirà questo tormento
con bon lavoro,
rifiorirà ‘sto secolo dell’oro.

Ma ggià asso ventottenni che godemo,
che stiamo tra li beni e la ricchezza;
la libertà gni giorno la vedemo,
m’addosso semo pieni de monnezza.
Se nun gira questa rota
la saccoccia è sempre vota;
e co quest’uso
se seccheno le gamme e appizzi er muso.

E cor progresso che ciavemo adesso,
le crespe l’emo fatte su la panza,
ciavemo li colori com’er gesso:
e questo è ppe virtù dell’abbondanza.
Ogni passo sbajavamo
perché noi poco magnamo;
certi momenti
l’anima la reggemo co li denti.

E mentre noi ciavemo st’abbondanza,
cia fatto sul cammino er vellutello;
la pila nun se scotta più la panza,
e nun s’addopra più lo sgommarello.
La padella stà all’oste,
che ce fa le callaroste,
la scolabrodo
ha fatto presa ar muro cor un chiodo.

E li tegami poi se so ammuffiti,
nun se posso addoprà pè cristallina;
e li cucchiari se sò ruzzoniti,
li piatti cianno fatto la rasina.
E ppoi sopra ar tavolino,
c’emo fatto l’artarino;
ner tiratore,
li sorci ce se sentono discore.

Le molle e la paletta co lo spito,
emo vennuto tutto a robbivecchio,
a prezzo de ferraccio arruzzonito,
a noi nun c’è rimasto antro ch’er secchio.
La battilonta cor cortello
nu’ lo fanno più er duello:
per’ er callaro,
a la cucchiara ha dato er piantinaro.

Er secchio è sempre pieno d’acqua fresca.
In quarche casa c’è la funtanella,
pe nun stà asciutti in corpo come lesca,
gni tanto se sciacquamo le budella;
e la panza se gonfiamo
co sta cura che noi famo;
er zì peppone,
l’avemo chiuso dentro ar credenzine.

In oggi se va avanti co l’imbroji;
si tte vò regge impiede, pe crillaccia,
te tocca a ssegnà buffi su li foji,
ma devi trovà pure chi li faccia.
Si vai ar forno a pijà er pane
te domanna: «poi pagane?»
con a ruganza,
accidentaccio a tutta st’abbondanza.

Volete un bel conzijo, cara gente,
un bè rimedio pe pagà li buffi:
chi ve li chiede nun je date gnente
menate bastonate su li luffi.
Speciarmente all’esattore,
lo pagate cor tortore;
all’osti puro,
bevete sempre eppoi segnate ar muro.

Dipinto del 1853 di Nicolai Wilhelm Marstrand

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Osterie sull’Appia

Le osterie sulla Via Appia

Le località lungo la via Appia, come l’ippodromo delle Capanelle (1884), erano tra le mete scelte dai romani e le numerose osterie come tappe per rifocillarsi, quando le stesse erano meta per le scampagnate.
Nel tratto da San Giovanni a Pontelungo c’erano, nel 1915, almeno dieci osterie, tutte sul lato destro.
Tra queste le più note erano: l’Osteria “Faccia Fresca” situata ai civici 20/24 a 350 metri dopo la Porta, questa osteria era rinomata anche come punto di riferimento per poeti, musicisti, cantanti partecipanti al Concorso della musica romana, che tra il 1891 (prima edizione) e il 1931 rimase abbinata alla festa di San Giovanni. Più avanti osteria “Impero Romano” osteria “Vittoria” e l’osteria “Baldinotti” al bivio tra via Appia e via Tuscolana, osteria “Ponte Lungo”, situata subito dopo il ponte nell’omonima località, già con questo nome prima della costruzione della ferrovia. Da lì partivano i carri allegorici per la festa di San Giovanni.
Oltre Ponte Lungo erano note altre osterie: “Arco di Travertino”, “Belvedere” fino agli anni 50 (angolo via delle Cave), “Cessati Spiriti”, “Acqua Santa del Tavolato”. Molte altre come: “Trattoria dello Scarpone” (meta di scampagnate del ceto medio), “Dar novo Panzone”, e quella che aveva la più caratteristica insegna “Osteria della Fortuna (e tu invidia crepa)” sono state sommerse dal cemento.
“Osteria del Tavolato dove ce so li prati pe li regazzini, se vede passa er treno d’Arbano, ce fa cucina’ la robba nostra facennose pagà solo lo scomodo…” I cittadini romani per muoversi dalle quattro mura dell’urbe si recavano fuori porta e stanchi, affaticati, si fermavano a rifocillarsi da “Faccia Fresca” a San Giovanni ma quando volevano dar prova d’una resistenza degna di premio raggiungevano i “Cessati Spiriti”

Alfredo Caruso da “P. Scarpa, Vecchia Roma: scene di una vita nell’urbe dell’anteguerra, Roma 1939”
Foto “Da Ciarla” archivio personale