Roma Sparita | Storia e Cultura - Pagina 39 di 43 - «Un popolo che non conosce il proprio passato, origine e cultura è come un albero senza radici» (Marcus Garvey) Roma Sparita | Storia e Cultura - Pagina 39 di 43 - «Un popolo che non conosce il proprio passato, origine e cultura è come un albero senza radici» (Marcus Garvey)

Roma Sparita | Storia e Cultura

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Villa Borghese – Antonio Baldini

38 all’ombra! La cortese immaginazione trova modo di ristorarsi pensando a Villa Borghese.
L’ombra e la frescura di quei boschetti e viali, lo sprazzo di quelle fontane e degli innaffiatoi, gli archi di verdura che imbrunano i marmi dei tempietti e dei monumenti, mi stanno così fitti nella memoria e nel desiderio che s’io fossi pittore troverei molto sollievo a ridipingerli così come l’immaginativa me li suggerisce. […]

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Chitarra Romana

Sotto un manto di stelle
Roma bella mi appare
solitario il mio cuor
disilluso d’amor
va nell’ombra a cantar
una muta fontana una stella lassù
o chitarra romana
accompagnami tu.
Suona suona mia chitarra
accompagnami in sordina
la mia bella fornarina
al balcone non c’e’ piu’…

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La Dipromazzia

Naturarmente, la Dipromazzia
è una cosa che serve a la nazzione
p è conservà le bone relazione,
co’ quarche imbrojo e quarche furberia.

Se dice dipromatico p è via
che frega co’ ‘na certa educazzione,
cercanno de nasconne l’opinione
dietro un giochetto de fisionomia.

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Er mercato de Piazza Navona

Ch’er mercordì a mmercato, ggente mie,
Sce ssiino ferravecchi e scatolari,
Rigattieri, spazzini, bbicchierari,
Stracciaroli e ttant’antre marcanzie,

Nun c’è ggnente da dì. Ma ste scanzie
Da libbri, e sti libbracci, e sti libbrari,
Che cce vienghen’a ffà? ccosa sc’impari
Da tanti libbri e ttante libbrarie?

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La vita dell’Omo

Nove mesi a la puzza: poi in fassciola
tra sbasciucchi, lattime e llagrimoni:
poi p’er laccio, in ner crino, e in vesticciola,
cor torcolo e l’imbraghe pe ccarzoni.

Poi comincia er tormento de la scola,
l’abbeccé, le frustate, li ggeloni,
la rosalia, la cacca a la ssediola,
e un po’ de scarlattina e vvormijjoni.

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Er bon governo

Un bon governo, fijji, nun è cquello
che vv’abbotta l’orecchie in zempiterno
de visscere pietose e ccor paterno:
puro er lupo s’ammaschera da aggnello.

Nun ve fate confonne: un bon governo
se sta zzitto e ssoccorre er poverello.
Er restante, fijjoli, è ttutt’orpello
pe accecà ll’occhi e ccomparì a l’isterno.

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Le Terme di Caracalla – Stendhal

Avendo finito di visitare il Foro, siamo andati a vedere stamattina le rovine delle Terme di Caracalla che si trovano in città, cioè dentro la cinta delle mura. Abbiamo percorso tre quarti di lega, e durante l’ultima mezz’ora abbiamo camminato in mezzo a vigne e colline lontano da ogni abitazione. Dopo avere oltrepassato il Campidoglio e il Colosseo, abbiamo seguito le rovine delle mura di Romolo, quindi abbiamo visto le rovine del Circo Massimo e siamo risaliti lungo le il rigagnolo dell’Acqua Crabra (vedi nota in calce); infine siamo arrivati alle enormi mura di mattoni, meta del nostro viaggio…Continua a leggere

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L’uno e lo zero

Conterò poco, è vero,
diceva l’Uno ar Zero.
Ma tu che vali? Gnente: proprio gnente.
Sia nell’azzione come ner pensiero
rimani un coso voto e inconcrudente.
Io, invece, se me metto a capofila
de cinque zeri tale e quale a te,
lo sai quanto divento? Centomila.
E’ questione de nummeri. A un dipresso
è quello che succede ar dittatore
che cresce de potenza e de valore
più so’ li zeri che je vanno appresso.

Trilussa

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L’invasione degli storni – Italo Calvino

C’è una cosa straordinaria da vedere a Roma in questa fine d’autunno ed è il cielo gremito d’uccelli. Il terrazzo del signor Palomar è un posto d’osservazione, da cui lo sguardo spazia sopra i tetti per un’ampia cerchia d’orizzonte. Di questi uccelli, egli sa solo quello che ha sentito dire in giro: sono storni che si raccolgono a centinaia di migliaia, provenienti dal Nord, in attesa di partire tutti insieme per le coste dell’Africa….continua a leggere

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I Carrettieri a vino – Massimo d’Azeglio

“Nel loro aspetto, ne’ loro atti, nel modo di stare, d’andare, di atteggiarsi, è un’espressione altiera, una sicurezza orgogliosa, che in nessun popolo del mondo m’è accaduto d’incontrare… Se li trattate alla pari, vi trattano bene anche loro. Ma, a voler guardarli d’alto in basso, si ricordano d’essere loro i Romani veri.
Adoperano carretti d’una forma che ha del grandioso, come dianzi accennavo, ed insieme d’una semplicità antica. Due lunghe e forti stanghe posano da una parte su due ruote alte, e dall’altra, in linea orizzontale, sul dorso d’un cavallo, anche esso d’alta statura, quasi sempre nero morato, con un’incollatura, una testa, un tutt’insieme che ricorda i cavalli dell’arte antica. Il carretto non ha parapetti. Semplici traverse Io connettono di sotto, sulle quali posano otto barili. Verso sera i carrettieri partono da Genzano, e viaggiano tutta la notte dormicchiando seduti sul barile più vicino alla groppa del cavallo, appoggiandosi da lato alla così detta forcina, che è un ramo d’albero fitto nel carretto, e che dividendosi come le dita della mani in rami minori, forma una specie di nicchia, che rivestono nell’interno con una pelle di pecora. Viaggiano per lo più in parecchi, uno de’ quali veglia (disposizione prudente in campagna di Roma), e così una lanterna di tela pendente sotto un carretto serve per l’intera carovana”.

Massimo d’Azeglio, I miei ricordi, 1867