Roma Sparita | Storia e Cultura - Pagina 20 di 37 - «Un popolo che non conosce il proprio passato, origine e cultura è come un albero senza radici» (Marcus Garvey)

Roma Sparita | Storia e Cultura

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Il pianto della scavatrice

[…]Stupenda e misera città,
che m’hai insegnato ciò che allegri e feroci
gli uomini imparano bambini,

le piccole cose in cui la grandezza
della vita in pace si scopre, come
andare duri e pronti nella ressa

delle strade, rivolgersi a un altro uomo
senza tremare, non vergognarsi
di guardare il denaro contato

con pigre dita dal fattorino
che suda contro le facciate in corsa
in un colore eterno d’estate;

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La cecala d’oggi

Una Cecala,che pijava er fresco
all’ombra der grispigno e de l’ortica,
pe’ da’la cojonella a ‘na Formica
cantò ‘sto ritornello romanesco:
– Fiore de pane,
io me la godo, canto e sto benone,
e invece tu fatichi come un cane.
– Eh!da qui ar bel vedé ce corre poco:

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Alessandro Verri

Le estreme delizie quanto più si sentono con l’animo tanto meno si possono esprimere con le parole. Mi conviene perciò trapassare in silenzio quelle che m’inondarono il petto nei primi giorni, veggendo il sacro Tevere, gli egiziani obelischi, l’Anfiteatro Flavio il quale giace come gigante sbranato, e le colonne che descrivono le costumanze della milizia, e gli archi trionfali, e lo spazio del Foro, e le ruine maestose dei Circhi e delle Terme e quanti avanzi della romana splendidezza empiono l’anima di soave meraviglia.

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7 ottobre 1943 – La deportazione dei Carabinieri romani nei Lager nazisti

“C’è una domanda che mi sono sempre posto. Io avevo 15 anni nell’ottobre del 1943 e mi ricordo che si diceva a Roma, circolava voce che i carabinieri fossero stati disarmati e deportati. Però nessuno sapeva niente di preciso. Poi si è saputo che erano stati deportati….però non se ne è mai parlato, non si onora la loro memoria, non si ascoltano le loro testimonianze….e io mi chiedo perchè.”

Il Ghetto si scalda alla luce di una splendida giornata di sole, degna delle migliori ottobrate romane, mentre Piero Terracina parla davanti alla telecamera. Pausa. Già, perchè? Si sa, ma non se ne parla. Piero ha insistito per far arrivare in televisione il suo appello ed ha ragione. Non è certo un evento storico secondario. Ma la sua domanda resta sospesa mentre col collega telecineoperatore Stefano Leonardi scegliamo i punti per le prossime interviste.

Cominciamo con un breve riassunto.

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Indolenza romana

L’autentico romano è questo qui:
risparmia er fiato ar massimo che po’,
dondola la capoccia pe’ di’ “No!”
e abbassa l’occhi si ha da di’ de sì.

Pe’ risponne ar telefono fa: “Si…”
Si ha da chiama’ quarcuno, strilla: “Aò!”
E quanno co’ le mano forma un “O”
vordì du’ occhi o un bucio da ingrandì.

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Er discorso de la corona

C’era una vorta un Re così a la mano
ch’annava sempre a piedi come un omo,
senza fanfare, senza maggiordomo,
senza ajutante…; insomma era un Sovrano
che quanno se mischiava fra la gente
pareva quasi che nun fosse gnente.

A la Reggia era uguale: immaginate
che nun dava mai feste, e certe vorte
ch’era obbrigato a dà’ li pranzi a Corte
je faceva li gnocchi de patate,
perché — pensava — la democrazia
se basa tutta su l’economia.

— Lei me pare ch’è un Re troppo a la bona:
— je diceva spessissimo er Ministro
— e così nun pô annà, cambi reggistro,
se ricordi che porta la Corona,
e er popolo je passa li bajocchi
perché je dia la porvere nell’occhi.

— Ma lui nun ce badava: era sincero,
diceva pane ar pane e vino ar vino;
scocciato d’esse er primo cittadino
finiva pe’ regnà soprappensiero,
e in certi casi succedeva spesso
che se strillava «abbasso» da lui stesso.

Un giorno che s’apriva er Parlamento
dovette fa’ un discorso, ma nun lesse
la solita filara e promesse
che se ne vanno come fumo ar vento:
— ‘Sta vorta tanto — disse — nun so’ io se nu’ je la spiattello a modo mio.

2

La Via Appia

Questi uomini lavoravano per l’eternità;
tutto essi han preveduto,
fuorchè l’insania dei devastatori,
a cui tutto ha dovuto cedere.

Goethe, Viaggio in Italia.
Lettera del II Novembre 1756

1

La donna gravida

Io nun zo ccosa v’annate scercanno
co l’arzà ttutt’er giorno tanti pesi.
Nun zapete che state in zette mesi?
Ve volete sconcià ccome l’antr’anno?

Ggià ssete avvezza in quell’antri paesi
dove se porta lo spadino e ’r panno;
ma cqui ccerte fatiche nun ze fanno:
cqua nnoi semo romani e nnò arbanesi.

Quest’aria nun è aria da villani.
Noi nun zemo facchini, io ve l’ho ddetto:
noi pe ggrazzia de ddio semo romani.

Er crima nostro è un crima bbenedetto
indove oggi te scarmi? ebbè ddomani
sta’ ppuro scerta che tte metti a lletto.

Giuseppe Gioacchino Belli, 19 ottobre 1835

3

Ripari

Un vecchio Merlo se vantava spesso
de dormì fra le zampe d’un Leone
senza di’ ch’er Leone era de gesso.

Quante persone, co’ lo stesso trucco,
hanno scroccato la reputazzione
riparate da un simbolo de’ stucco!

(Trilussa)