Roma Sparita | Storia e Cultura - Pagina 20 di 38 - «Un popolo che non conosce il proprio passato, origine e cultura è come un albero senza radici» (Marcus Garvey)

Roma Sparita | Storia e Cultura

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Antichi mestieri: Lo Zampognaro

Antichi mestieri: Lo Zampognaro

Il giorno di Santa Caterina, il 25 novembre, dall’Abbruzzo, ma anche dal Lazio, Campania, Lucania, Calabria e perfino dalla Sicilia arrivavano a Roma gli zampognari a riempire l’aria delle loro melodie in attesa del Natale. Il loro abbigliamento tipico era caratterizzato da pantaloni corti, giacca di fustagno, ampio mantello o un pelliccione, berretto a calza con fiocco e cioce ai piedi. Solitamente arrivavano in coppia o in trio, il più anziano con la zampogna vera e propria, un altro con la ciaramella o altri strumenti a fiato e un altro ancora con il canto e tradizionalmente si trattava di pastori o contadini che si trasferivano temporaneamente in città per il periodo natalizio. Continua a leggere…

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Roma Sonora

La buona acustica non è che il corollario, la limpida conferma della bella architettura. Sono le stesse leggi di trasmissioni, di ritmo, di equilibrio e d’elasticità: tutto parte, rimbalza, si moltiplica, si accorda, ritorna; così anche il suono, come l’acqua, corre vivo, come la luce, echeggia sui marmi monumentali.
Per questa ragione Roma è la città più sonora del Mediterraneo. Tutte le voci del mondo si concentrano là. E’ una conchiglia. Il suono non muore mai, non si cheta, scroscia nei suoi meandri; venature, cavità, orifizi lo riconducono all’aria.
Sotto i tuoi piedi c’è il dedalo: catacombe, cripte, labirinti – canali evacuati dalla storia – Roma è costruita sul vuoto. […]
A mezzodì il colpo di cannone si ripercuote e sfiata nell’azzurro e i sette colli si danno la voce.
Poi tre timbri , tre note fondamentali riprendono il discorso di prima: la pietra, il bronzo e l’acqua.
Più tardi il sole picchia sulla cupola delle basiliche come il martello sull’incudine.
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‘Na Bella passeggiata

Annavo passeggianno pè ‘r Tritone
– perché tanto all’ufficio c’era festa –
e vò a infrocià cò ‘na dimostrazione
che se faceva in segno de protesta

Me se para davanti ‘n capellone,
strilla: “Er potere ar popolo!” e m’assesta
un carcio in panza. Casco ginocchione
e lui me dà ‘na tortorata in testa.

Si c’ereno le guardie? Mancomale!
Ma nun arzeno un dito, quelli, senza
l’ordine che je viè dar Viminale.

Pè fortuna, però, c’è chi ce penza.
Ho letto, mentre stavo all’ospedale,
che er governo condanna la violenza.

Carlo Tarini

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‘Sto fresco…

‘Sto fresco c’è venuto da la Francia,
pe’ buggiarà li sordi a noi romani;
diceva de volà com’un ucello,
invece zompettava er sartarello.
C’è ita a Piazza d’Armi tanta gente,
pe’ vède un volo e nun ha visto gnente!
Volava Delagrange, senza boria,
più arto d’una pianta de cicoria.

Sor Capanna, 1908

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La sincerità ne li comizzi

Er deputato, a dilla fra de noi,
ar comizzio ciagnede(1) contro voja,
tanto ch’a me me disse: — Oh Dio che noja! —
Me lo disse, è verissimo: ma poi

sai come principiò? Dice: — È con gioja
che vengo, o cittadini, in mezzo a voi
per onorà li martiri e l’eroi,
vittime der Pontefice e der boja! —

E, lì, rimise fòra l’ideali,
li schiavi, li tiranni, le catene,
li re, li preti, l’anticlericali…

Eppoi parlò de li principî sui:
e allora pianse: pianse così bene
che quasi ce rideva puro lui!

Trilussa, 1920

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L’aquila romana

L’antra matina l’Aquila romana,
che ce ricorda, chiusa ne la gabbia(1),
le vittorie d’un’epoca lontana,
disse a la Lupa: — Scusa,
ma a te nun te fa rabbia
de sta’ sempre rinchiusa?
Io, francamente, nu’ ne posso più!
Quanno volavo io! Vedevo er monno!
M’avvicinavo ar sole! Invece, adesso,
così incastrata(2) come m’hanno messo,
che voi che veda? l’ossa de tu’ nonno(3)?
Quanno provo a volà trovo un intoppo,
più su d’un metro nun arivo mai… —
La Lupa disse: — È un volo basso assai,
ma pe’ l’idee moderne è puro troppo!
È mejo che t’accucci e stai tranquilla:
nun c’è che l’animale forastiere
che viè trattato come un cavajere
e se gode la pacchia(4) d’una villa!
L’urtimo Pappagallo de la Mecca,
appena ariva qua, se mette in mostra,
arza le penne(5) e dice: Roma nostra…
E quer che trova becca(6).
Viva dunque la Scimmia der Brasile!
Viva la Sorca isterica
che ariva da l’America!
Noj antri? Semo bestie da cortile.
Pur’io, va’ là, ciò fatto un ber guadagno
a fa’ da balia a Romolo! Accicoria(7)!
Se avessi da rifà la stessa storia
invece d’allattallo me lo magno!

Trilussa

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Er teppista a la dimostrazzione

Li sassi che volaveno per aria
cascaveno de peso tra le file
de li sordati, verdi pe’ la bile
de conservà la carma necessaria.

Come vôi che sparassero? Er fucile
che mira su la crasse proletaria
è un’infamia, un sopruso, una barbaria
che fa vergogna a un popolo civile!

E pe’ questo tiravo! A un polizzotto
je detti un sércio in testa e je strillai:
— Impunito! Bojaccia! Galeotto! —

Era precisamente er brigadiere
che m’arestò quer giorno sur tranvai
perché fregai l’orloggio a un forastiere.

Trilussa

5

Una fettina de Roma

Quello è Ssant’Antonin de Portoghesi.
Sta strada larga è la Scrofa, miledi;
Che vva a Rripetta e ar Popolo, e da piedi
Termina a Ssan Luviggi de Francesi.

Ecchesce a la Stelletta; e cqui, llei vedi,
Trova leggni pe tutti li paesi.
Qua ss’entra a Ccampo-Marzo. E ll’antri mesi?
L’antri mesi er Ziggnore li provedi.

Quell’è er Teatro Palaccorda; e cquelli
Che stanno un po’ ppiù ggiù, ssò ddu’ palazzi,
Chiamati de Negroni e de Cardelli.

Ecco er Palazzo de Fiorenza; e infatti
Ce sta er Cònzole; e llà er Palazzo Pazzi,
Dove una vorta sc’ereno li matti.

Giuseppe Gioacchino Belli

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Li soprani der monno vecchio

C’era una vorta un Re che dar palazzo
mannò fora a li popoli st’editto:
“ Io sò io, e voi nun zete un cazzo,
sori vassalli buggiaroni, e zitto.

Io fo dritto lo storto e storto er dritto:
pòzzo vénneve a tutti a un tant’er mazzo:
io, si ve fo impiccà, nun ve strapazzo,
ché la vita e la robba Io ve l’affitto.