Roma Sparita | Storia e Cultura - Pagina 4 di 41 - «Un popolo che non conosce il proprio passato, origine e cultura è come un albero senza radici» (Marcus Garvey) Roma Sparita | Storia e Cultura - Pagina 4 di 41 - «Un popolo che non conosce il proprio passato, origine e cultura è come un albero senza radici» (Marcus Garvey)

Roma Sparita | Storia e Cultura

0

Robertino Loreti

Robertino nasce a Roma il 22 ottobre 1947, da una famiglia numerosa di otto figli, che doveva tirare avanti con molti sacrifici. Il suo nome è Roberto Loreti. Mentre frequentava la quinta elementare suo padre si ammala; per aiutare la famiglia trova lavoro come fornaio-pasticcere e durante le sue consegne in bicicletta per le osterie di Trastevere, in Roma, canticchia motivi di canzoni popolari.
A 11 anni canta nelle osterie caratteristiche romane. Robertino, più felice che mai, può così essere ancora più utile alla mamma. Quale capo-corista, prende parte a una recita nella Città del Vaticano alla presenza del Papa della bontà Giovanni XXIII il quale lo ascoltò commosso tanto da volerlo conoscere.
In quel periodo si esibiva nel caffè concerto Grand’Italia di Piazza Esedra a Roma è in una di queste occasioni che conosce il grande Totò e il regista della televisione danese Volmer Soresen che lo scritturò dando inizio alla sua fortuna. Robertino, accompagnato dal padre, si reca in Danimarca dove incide i primi dischi e inizia la sua attività televisiva.
Tra un successo e l’altro la sua popolarità raggiunge il Nord Europa: dalla Svezia alla Norvegia, dalla Finlandia all’Islanda, al Belgio, all’Inghilterra, per proseguire in Germania, Francia, Spagna, Svizzera, Austria. Torna in Italia per abbracciare la madre e per partecipare a numerosi festival, tra cui il Festival di Sanremo e il Festival di Napoli (vinto nel ‘66 con S. Bruni).
Lo attendono turnèe trionfali in America e Canada, Russia, Giappone e Australia. Una carriera strepitosa e rapidissima. In America, dove è soprannominato “Golden Boy”, si è esibito nei più famosi programmi televisivi come “Ed Sullivan Show” e “Steeve Laurence” con P. Anka e nei più importanti Teatri come Carnegie-Hall e il Madison Square Garden.E’ famoso in Mexico col nome di “Senor Simpatia” e in Russia come “Mister Jamaica”. Nel Nord Europa è conosciuto come il “Menestrello della canzone italiana”. Inoltre viene chiamato “La voce dello spazio” per la passione che aveva il cosmonauta sovietico J. Gagarin per le sue canzoni e perchè la prima cosmonauta Valentina Tereskova, durante il volo spaziale ascoltava via radio nell’astronave sovietica “Vostok”, le canzoni interpretate da Robertino, che ancora oggi si ascoltano nelle strade di Mosca e altre località sovietiche…

0

Sorella Morte a Roma

“Nei secoli scorsi, quando Roma era più piccola, non aveva una vera e propria necropoli. Piccoli cimiteri erano disseminati un po’ ovunque, accanto alle chiese o all’interno dei chiostri, negli ospedali o presso le...

0

L’ombra dell’ucciso

L’ombra dell’ucciso (Dai ricordi di un cronista)

Di quella notte terribile ho riportato un ricordo per tutta la vita. Altri tempi. La « cronaca nera >> doveva farsi a grandi linee ed entrare in ogni tristo particolare per saziare il «popolino» ancor indietro di molt’anni dal viver sano. Anche noi cromstl era-vamo mortificati di dover dare in pasto al pubblico tanti segreti familiari custoditi gelosamente. Basta. Quella notte, era di febbraio del 1919, freddo, pioggia e vento, precisamente l’ultimo giorno di Carnevale. Prestavo servizio in un gran giornale del mattino, uscito per circa un anno nel sùbito dopoguerra, con lusso e mezzi fantastici. Quella notte tutti i cronisti eran tornati dal giro degli ospedali e degli uffici di P. S. a «sacco vuoto». -La gente ha più voglia di divertirsi -sentenziò il capocronista -che di regalarsi coltellate, siamo in Carnevale! Eravamo tranquilli, e i miei tre o quattro colleghi si squagliarono lasciandomi di « guardia». Spensi le luci del salone di cronaca, e cercai di dormir un poco, in attesa delle quattro del mattino, ora in cui avrei rincasato. Era passata appena mezzanotte quando lo squillo del telefono mi fece balzar in piedi. Corsi all’apparecchio; era il funzionario di notturna alla Questura, che mi dava questa notizia: «Stanotte sulla sponda sinistra del Tevere in località «Ponticello» fuori Porta San Paolo è stato rinvenuto il cadavere di uno sconosciuto ucciso con un colpo d’arma da taglio al collo. È un delitto per cui sono in corso le indagini». Era un «fattaccio» per cui, in quell’epoca, occorreva «buttar giù» due o tre colonne almeno. Corsi in tipografia ad avvertire il mio capocronista, che senza alzar gli occhi dal banco d’impaginazione mi disse: «Corri sul posto, raccogli tutti i particolari e vieni subito, mi raccomando». Presi l’impermeabile e mi buttai nella carrozza chiusa pronta al servizio di cronaca. Dissi al vetturino Gigi: «Subito a San Paolo; hanno ammazzato uno». Il brav’uomo, pratico del mestiere, frustò la povera «Giuliana», una forte e veloce cavallina, e via di corsa. Strade deserte, battute dalla pioggia, che veniva giù a vento come se non avesse piovuto mai. Era il caso di dire: una tempesta in cielo, in terra un omicidio! Giunsi al «Ponticello», località allora deserta a circa due chilometri dalla basilica ostiense. Nessuno, solamente una casetta bassa in un vasto prato. Sulla porta c’era scritto: Osteria del Ponte. Ma l’ingresso era chiuso. Catenelle di carta colorata penzolavano bagnate sull’uscio; evidentemente c’era stata qualche festa, un ballo … Bussai.
Nessuno, silenzio profondo. Continuava a piovere, il tuono rumoreggiava lontano, mentre si sentiva distinto poco distante il gorgogliare del fiume in piena. Volsi lo sguardo intorno: nessuno. Gigi, dall’alto della cassetta sotto «l’ombrellone>> gocciolante, mi guardava. Come si fa? Cosa dovevo scrivere? E il tempo passava; il tempo, per noi cronisti, è il peggior nemico in simili casi! Andai alla vicina caserma dei carabinieri, dove un piantone tra la veglia e il sonno mi disse che tutti erano usciti a cavallo insieme al maresciallo per le indagini, e non sapeva nulla! Decisi di tornare in redazione e scrivere di maniera un « pezzo ». Gigi fu dello stesso parere e prendemmo la via del ritorno. Giunti proprio vicino alla basilica, il vetturino si fermò, e aperto lo sportello mi disse: -Guardate, sotto quel lampione vicino al muro c’è un uomo. Che sapesse qualche cosa?- Volevo continuar la strada; poi per non sembrare svogliato e negligente, mi decisi ad interrogare lo sconosciuto. Ci avvicinammo con la vettura, e fatto schiudere il cristallo dello sportello chiamai. L’uomo s’avanzò col passo dinoccolato dei contadini, e fermatosi avanti la carrozza si appoggiava al bracciolo che sorreggeva il fanale di sinistra, in modo che la sua faccia era interamente illuminata mentre io rimanevo nell’ombra. Quella strana figura non la dimenticherò mai. Si trattava di un campagnolo sui quarant’anni, dalla pelle olivastra, baffi neri spioventi e due occhi neri piccolissimi. Le spalle robuste eran coperte da un grande mantello, col bavero guarnito di finto astracan. Indossava sotto la «cacciatora» una camicia di flanella grigia e per cravatta un cordoncino di seta che finiva all’estremità con due pallucce di lana. Teneva il cappello fradicio di pioggia calato fin sugli occhi. Mi spiegai subito, domandandogli se avesse saputo niente di un omicidio. Lui m’interruppe secco: -Altro che, c’ero io -e aggiunse -: so tutto. Rimasi meravigliato e allora mi narrò in tutti i suoi tristi particolari l’accaduto, facendomi nomi e cognomi dei protagonisti. Si trattava di una tragedia di gelosia che aveva avuto il triste epilogo in quella oscura notte carnevalesca. All’Osteria del Ponte, si erano riuniti per ballare alcuni operai della costruenda linea Roma-Ostia. Vi avevano partecipato anche alcuni contadini dei vicini casali. La moglie di un colono fu veduta ballar molte volte con un assistente. Sui due correvano già voci di una relazione. Il marito, ingelosito e preso dal vino, aveva affrontato il rivale ed era corsa la sfida. L’assistente, armatosi di una scure e il campagnolo d’un coltellaccio, s’eran dati convegno lontano dall’osteria. Il primo, più forte e più giovane, aveva avuto ragione sull’avversario che in breve era caduto al suolo colpito da un’accettata al collo. -Ma com’è che non mi è riuscito di trovare il cadavere? -dissi dopo aver ascoltato il racconto, e aver preso i miei appunti. -Dalla strada non si vede, perchè il « duello » è avvenuto sulla scarpata del fiume, e l’uomo è precipitato in mezzo ad un canneto, per poco non è finito in acqua -disse lo sconosciuto quasi ridendo. Mi salutò e si allontanò nella notte! Che fare? anche il vetturino aveva inteso tutto. Volli constatare dove si trovava la salma anche per accertare la verità, e tornammo indietro. Ritrovammo l’osteria. Dissi allora a Gigi: -Stacca un fanale, e accompagnami attraverso il prato, altrimenti temo di finire dentro qualche buca. Il buon Gigi, prese un lampione, dopo aver attaccato il cavallo ad un albero, e mi accompagnò. Giungemmo sul luogo. Infatti sotto di noi, presso il canneto, lungo l’erbosa scarpata trovammo un carabiniere incappottato che piantonava il cadavere. Chiesi di poterlo vedere e il milite, dopo breve discussione, alzò l’incerata che copriva l’ucciso. Udii uno strillo, mentre il fanale cadeva di mano a Gigi, il quale con voce roca dalla paura gridava: -Ma è lui, è proprio lui, quello della chiesa. Infatti, ai nostri piedi era steso con una larga ferita al collo da dove era uscito in abbondanza il sangue l’uomo del racconto. Lo stesso viso, gli stessi indumenti: con quegli occhi neri piccoli sbarrati, fuori dell’orbita, sembrava ancora che ci volesse parlare. Basta, mi ci volle del bello e del buono per incoraggiare il buon Gigi a tornar indietro, Risaliti in vettura, frustò a sangue la povera «Giuliana», che ventre a terra mi riportò al giornale. Non dissi nulla, scrissi il fattaccio come mi aveva raccontato «lui». Al mattino il giornale uscì con questo titolo, su tre colonne: « Il duello rusticano di stanotte a San Paolo. Uccide il marito dell’amante con un colpo di scure al collo dopo un ballo all’Osteria del Ponticello. Le affannose ricerche dell’assassino ». Verso le dieci del mattino mi destò a casa un funzionario della Centrale, il quale veniva ad avvertirmi che il Questore mi voleva parlare. Corsi dall’ottimo commendatore il quale mi comunicò la costituzione dell’assassino. Poi aggiunse: -Dimmi un po’, caro Teg, da chi hai avuto tanti precisi particolari? -Da chi? -risposi -Ma dal morto. Il Questore si mise a ridere …

Mario Mangano (Tegamino)

0

Er vino

“E ggicché ssemo sur discorso der vino, io dico che in gnisuna parte der monno se bbeve tanto vino come a Roma. (…) Dunque sii ogni sempre benedetto er vino e cchi l’ha inventato”

Giggi Zanazzo

0

Polveriera Appia

Polveriera Appia
Era il 24 agosto del 1917 quando alle 20 e trenta, nella quiete della sera, Roma venne scossa da una terribile esplosione. La polveriera della Caserma Appia (vecchio Forte dell’Acquasanta, oggi Reparto Sistemi Informativi Autorizzati Mobile) era saltata in aria. Le vittime furono oltre duecento, prevalentemente giovani tra i 17 e i 20 anni. Le indagini sulla sciagura divennero segreto di Stato.
Cento anni dopo, il giornalista Enrico Malatesta, lavorando al suo libro “La vera storia di Padre Pio”, si imbatté nella storia di Alfio Russo, uno dei tanti caduti nella polveriera. Incuriosito dalla vicenda, iniziò ad indagare.
Malatesta racconta che Padre Pio, al tempo arruolato nella Prima Guerra Mondiale come cappellano militare nella Sanità, a Napoli, forse per una premonizione sul destino che attendeva Alfio nella Capitale (dove avrebbe dovuto essere nuovamente operato in seguito a una cancrena), tentò di non farlo partire. Ma non ci fu nulla da fare, il Capitano medico Giannattasio decise il trasferimento al Policlinico dell’Università di Roma (oggi Umberto I) da dove fu poi spostato per la convalescenza alla Caserma militare di via Appia.
Un altro particolare attirò la sua attenzione sulla vicenda: perché il segreto di Stato? “Perché – prosegue a domandarsi il giornalista – quell’opificio bellico dove si costruivano bombe e altri ordigni (senza nessuna attenzione alla sicurezza dei soldati) destinati a rifornire i lanci aerei sulle trincee nemiche, era costituito in due capannoni esterni al perimetro del Forte? E soprattutto, perché a lavorare in quei due maledetti capannoni furono impiegati soldati generici, giovani ed inesperti, e non invece artificieri specializzati?”.
Nel 1919 (a un anno dalla fine della guerra) il Tribunale Militare che aveva avocato il procedimento dal Procuratore del Re del Tribunale Penale, emette la sua sentenza di condanna contro ignoti. Una sentenza iniqua perchè dopo aver indicato un colpevole, lo scagiona in quanto deceduto prima dei fatti.
A dare una risposta certa a questi ed altri oscuri interrogativi è sufficiente un solo ma sconvolgente documento. La confessione, rilasciata nel 1919 (due anni dopo l’accaduto) da un testimone oculare dell’infausta esplosione del Forte Acquasanta. “L’ufficiale – ha scoperto Malatesta -si era rifiutato, nella sua qualità di preposto all’ufficio di competenza, di collaudare delle spolette difettose, ma i generali non volendo ascoltare le ragioni del suo dire, lo avevano arbitrariamente sollevato dall’incarico per imporre il collaudo ad altro ufficiale, invece estraneo a questa competenza, il quale fece passare per buono il materiale esplosivo palesemente deteriorato”.
Non per un atto di guerra, né per un sabotaggio alle strutture, né tantomeno per un accidentale infortunio ma solo, denuncia Malatesta, per il “tradimento” di chi avrebbe dovuto rispondere delle loro giovani vite. Dilaniati dall’esplosione, i loro poveri resti non meritarono neanche il rispetto del proprio nome perché raccolti sommariamente in cassoni della Croce Rossa, in un ammasso confuso, tra ossa, detriti, membra umane e macerie, in una melma fatta di terricci e sangue. “Agghiacciante” fu l’affermazione del dirigente della Questura, presente al recupero dei caduti. “Ma ben più agghiacciante – secondo Malatesta – è l’oblio riservato al negato ricordo delle loro giovani vite”

0

Bella quanno te fece mamma tua

Bella quanno te fece mamma tua
Pare che stiede ‘n anno a ginocchione
Eppoi se mise l’angeli a pregane
Bella t’avesse fatto com’er sole
Poi te mannò da Cupido a imparane
E l’imparassi li versi d’amore
E quanno cominciassi a compitane
Venissi o bella e m’arubbassi er core

0

Tata Giovanni

Giovanni Borgi nacque a Roma il 18 febbraio 1732. Di umili origini e anafabeta, ma di grande istruzione religiosa, apprese l’arte del fabbro muratore, lavorò anche alla costruzione della Sagrestia Vaticana ma sempre con umili guadagni. Abitava in Via dei Cartari e la sera, dopo il lavoro, passava le serate, e a volte anche le notti, ad assistere gli infermi al Santo Spirito in Sassia. Un uomo di buon cuore. La sera, di ritorno dalla processione serale organizzata dall’Oratorio del Caravita a cui partecipava, vedeva tanti orfani abbandonati dormire sulle panche dei pollaioli o sui gradini del Pantheon e soffriva, finchè non decise di portarseli a casa (un antico testo parla di una camera in affitto vicina alla sua abitazione), fu così che nel 1784, con l’aiuto della sorella, iniziò la sua opera di beneficenza.
Uno dei primi problemi fu la mancanza di piatti, che lui risolse acquistando un enorme callaro dove metteva il cibo, in cui i ragazzini tutti seduti intorno mangiavano, per questo furono soprannominati “callarelli”. I ragazzi iniziarono a chiamarlo Tata, che in dialetto romano significava “papà”. Col tempo Tata Giovanni si avvalse dell’aiuto di volontari laici e sacerdoti per procurare loro un’istruzione scolastica e religiosa, sistemandoli inoltre qua e là da amici e conoscenti per dei lavoretti. I pochi guadagni erano d’aiuto per andare avanti, ma soprattutto avrebbero così imparato un mestiere. Gli abati Pinchetti e Di Pietro, venuti a conoscenza della storia, vollero conoscere Tata Giovanni, offrirono alla “famiglia” del denaro e affittarono per loro il primo piano di Palazzo Ruggia in via Giulia del cui affitto si fece carico Don Michele Di Pietro. Si formò inoltre una società di benefattori che diede oltre cento scudi al mese. Finalmente la grande famiglia fu nutrita e ben vestita, i ragazzi furono indirizzati nelle officine della città. Il nome di Tata Giovanni dato dai figlioli (come lui era solito chiamarli) divenne il nome dell’Istituto.
Successivamente Papa Pio VI comprò per l’Ospizio il Palazzo Ruggia. Alla morte di Tata Giovanni, nel 1798, fu il suo amico avvocato Belisario Cristaldi a continuare la sua opera. L’Ospizio cambierà sede più volte prima di stabilirsi, nel 1816, nella chiesa di Sant’Anna dei Falegnami, fino al 1887 quando la chiesa, con l’Ospizio annesso, non saranno demoliti per l’apertura di via Arenula.
L’Ospizio fu di nuovo trasferito a Piazza del Biscione, nel Palazzo Righetti (già Orsini e Pio di Savoia), dove rimase fino al 1926; da qui passò nell’attuale sede di viale di Porta Ardeatina,col nome di Istituto Santissima Assunta Detto Tata Giovanni e Opera Pia De Angelis

0

Fontanella degli Innamorati

E’ ben nota l’usanza di gettare un “soldino” nella Fontana di Trevi, meno nota e’un’antica usanza che riguarda una fontanina rettangolare, con due piccole cannelle, posta sul lato destro esterno della fontana, nota come la Fontanella degli Innamorati.
Leggenda vuole che le ragazze romane, quando l’innamorato doveva andare soldato, per essere sicure che sarebbe tornato da loro avevano un piccolo rito, si facevano accompagnare a bere l’acqua di Trevi, portavano dei bicchieri nuovi, bevevano insieme l’acqua Vergine e poi li rompevano, così il loro amore sarebbe durato per sempre. Ancora oggi i fidanzati che conoscono la storia vanno a bere (senza bicchiere) a questa sorgente, sperando nell’amore eterno.

0

Raffaella La Crociera

A destra di chi guarda la grande entrata del Cimitero Monumentale al Verano, un breve viale carrozzabile porta al riquadro 5, area piuttosto ampia ove riposano i resti mortali di eroi, pittori, scultori, musicisti, politici, poeti, sindacalisti. In quel punto si rimane attratti dal candore del marmo di un piccolo monumento sepolcrale, in cui la figura di una fanciulla sembra venire incontro all’ospite, calzando semplici sandali da mare e stringendo nella mano destra un grosso quaderno.
Sul finire dell’ottobre del 1954, un violento nubifragio si abbattè sulla costiera salernitana, travolgendo ogni cosa e seminando ovunque dolore, fame, lacrime, miseria e morte. La Rai dai suoi microfoni lanciò un disperato SOS e dette vita ad una pubblica sottoscrizione. Le popolazioni colpite necessitavano di tutto.
L’appello radiofonico fece centro nel cuore generoso dei romani e in particolare in quello di Raffaella La Crociera, una fanciulla di Testaccio inchiodata da circa un anno nel suo lettino da un morbo che non perdona: il “lupus eritematoso cronico”. Vane erano state fino allora le amorose cure dei professori Frugoni, Condorelli, Di Guglielmo, Martori, e altrettanto vana era risultata la speranza di un miracolo.
Di giorno in giorno la bambina si rendeva conto che la fine di tutto era ormai prossima. E ciò aumentava il suo rammarico di non avere nulla in modo assoluto da offrire ai bambini salernitani, privati improvvisamente sia degli affetti più cari, sia del necessario per sopravvivere.
Raffaella però aveva un dono molto raro e altrettanto dovizioso che da solo permette, a chi lo possiede, di far conoscere i propri sentimenti di gioia e di dolore. Raffaella aveva il dono di saper scrivere una buona poesia.
Quello che di Raffaella oggi rimane è la testimonianza del suo desiderio ardente di cercare senza sosta asilo in un mondo piccolo ma tutto suo, capace di ospitare la sua bontà, il suo candore, i suoi sorrisi, anche se velati di tanto in tanto dalla malinconia. L’appello radiofonico fece esplodere di altruismo l’animo di Raffaella che sentì il bisogno pressante di rendersi utile anche lei. Ma in quale modo? Con quali mezzi? L’immobilità forzata e dolorosa la costringeva a stare prigioniera nel suo lettino e la famiglia non aveva più nulla da togliersi. La malattia aveva assorbito ogni risorsa economica, ogni risparmio. Raffaella tuttavia non si arrese. Si sentì così forte nello spirito che per un momento superò ogni sofferenza fisica. Il suo volto si illuminò all’istante. Anche lei poteva disporre di qualcosa da offrire, di sua esclusiva proprietà. Si fece dare carta e penna e subito cominciò a scrivere press’a poco cosi: Cara RAI, sono molto malata. Da oltre un anno. I miei genitori hanno speso tutto quello che avevano per guarirmi. E io non ho nulla da offrirti per i bambini del Salernitano. Ti offro questa mia poesia
“er zinale”:
Giranno distratta pe casa,
tra tanta robba sfusa,
ha trovato: ah! come er tempo vola,
er zinale de scola.
Nero, sguarcito,
Un pò vecchio e rattoppato,
è rimasto l’amico der tempo passato.
Lo guarda e come se gnente fusse
a quell’occhioni
spunteno li lucciconi,
e se rivede studente
allegra e sbarazzina
tanto grande, ma bambina.
Lo guarda e come un’eco risente
quelle voci sommesse: Presente!
Li singhiozzi, li pianti,
li mormorii fra li banchi,
e senti…senti…
pure li suggerimenti.
Tutto rivede e fra quer che resta,
c’è la cara sora maestra.
Sospira l’ècchese studente, perché sa
che a scola sua non ce potrà riannà.
Lei cià artri Professori, poverina.
Lei cià li Professori de medicina.

Un grembiule di scuola. Un cofanetto custode delle gioie, delle ansie, delle piccole amarezze di un mondo ancora nell’abito dell’innocenza. C’è tanto cuore nei versi di Raffaella, ma anche tanta tristezza in cui si annida un presentimento di morte. Domenica 31 ottobre. Prime ore del pomeriggio. Dai microfoni della rubrica romana “Campo de Fiori” la voce del suo direttore Giovanni Gigliozzi raggiunse ogni angolo di Roma con i versi della poesia “er zinale” che fu messa subito all’asta, destinando il ricavato agli alluvionati salernitani. In poco tempo la sede di Roma della RAI fu tempestata di telefonate. Le offerte si moltiplicarono senza respiro fino al momento in cui dalla Svizzera la contessa Cenci-Bolognetti comunicò di offrire mezzo milione. La poesia fù aggiudicata a lei.
Un acquisto simbolico che fece piangere di commozione e di gioia la piccola Raffaella, rimasta sempre in ascolto, incredula magari di essere stata capace di aiutare con un atto di solidarietà, tutto suo, altre infelici vittime della mala sorte, anche se in forme diverse dalla sua. Di colpo, tutta la stampa nazionale ed estera dette ampio spazio all’episodio della fanciulla romana, poetessa in erba. A lei fu promesso il dono di una bambola da un negoziante romano di giocattoli, Fausto Arnesano, perché le tenesse compagnia. Ma, trascorsi neppure due giorni, la mattina del 2 novembre Raffaella raggiungeva i giardini del Cielo. Roma perdeva così Ia sua piccola poetessa, cui fu negata anche la gioia di stringere al petto la bambola tanto attesa, giunta su un cuscino di fiori bianchi soltanto poco prima che la bara iniziasse l’ultimo cammino fra due ali di popolo commosso fino alle lacrime. Il 18 novembre la famiglia La Crociera riceveva, a firma del sen. Ugo Angelilli, Assessore alle Scuole del Comune di Roma, la seguente lettera: “Si prega vivamente di voler partecipare alla cerimonia per il Premio della Bontà “Livio Tempesta”. Si prega di accompagnare la sorellina dell’indimenticabile Raffaella”.
Così la mattina del 20 novembre a Marinella, la più piccola delle tre sorelle della fanciulla scomparsa, il Sindaco Salvatore Rebecchini consegnò il Premio della Bontà alla memoria di Raffaella La Crociera, piccola poetessa di Roma.
Due scuole, una a Roma e un’un’altra a Salerno, ricordano Raffaella, anche se il suo passaggio terreno è stato di breve durata.

0

Campana delle Mantellate

“Le Mantellate so’ delle suore, ma a Roma so’ sortanto celle scure. Una campana sona a tutte l’ore, ma Cristo nun c’è sta drento a ‘ste mura”…
Campana in bronzo proveniente dall’ex carcere femminile di Roma delle “Mantellate”, ospitato nel vecchio convento delle suore Mantellate, ordine fondato da Giuliana Falconieri nel XIV a Firenze, così chiamate dal lungo mantello nero indossato.
Per molti secoli il rintocco della campana ha segnato lo scandire delle ore nella quotidianità del carcere: l’ora del risveglio, del cibo, del lavoro, della preghiera, del sonno. La campana delle Mantellate reca la data di fabbricazione 1835 e l’iscrizione CH-AS-AR-IT (Camera Apostolica Reverenda). Originariamente la campana era collocata nelle Carceri Nuove di Via Giulia, fatte costruire da Papa Innocenzo X nel 1655. Successivamente fu trasferita nel carcere femminile di via delle Mantellate, attiguo al carcere giudiziario di Regina Coeli, divenendo un vero e proprio simbolo del vecchio carcere femminile di Roma. Le Mantellate furono chiuse alla fine degli anni Cinquanta e le detenute trasferite nel nuovo carcere femminile di Rebibbia. La campana, ora al Museo Criminologico di Roma, fu custodita presso il carcere di Regina Coeli