Roma Sparita | Storia e Cultura - Pagina 4 di 38 - «Un popolo che non conosce il proprio passato, origine e cultura è come un albero senza radici» (Marcus Garvey)

Roma Sparita | Storia e Cultura

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Romeo Ottaviani “Er Tinea”

Romeo Ottaviani detto “er Tinea”(probabilmente da “sangue di Enea”), il più famoso “bullo” romano, nacque nel 1877 a piazza del Catalone, nel rione di Borgo, per poi trasferirsi con la famiglia in piazza de’ Renzi a Trastevere, dove abitò sino alla morte, fattorino presso gli uffici postali di piazza San Silvestro e di viale di Trastevere, protettore da sempre dei più deboli contro i prepotenti, divenne famoso per aver difeso a suon di schiaffoni, nel 1898, una prostituta, malmenata dal suo protettore (a Roma chiamato “pappone”) in via Frattina, “er Malandrinone”, uno dei più feroci capi induscussi della malavita romana dell’epoca. Questo episodio fece di lui il legittimo capo dei bulli di Roma, iniziò a lavorare come buttafuori nei locali notturni, temuto e rispettato, la casa de “er Più de Trastevere” divenne una specie di ufficio reclami dei più deboli che chiedevano soddisfazione di qualche sopruso o prepotenza, in quella stessa casa, nel 1900, fu ucciso suo fratello per vendetta trasversale, non avendo trovato Romeo. Amatissimo dalle donne di ogni ceto, tanto stimato che anche la polizia chiudeva un occhio se per sedare una lite ci andava pesante. le sue gesta furono spesso riportate dal giornale “Il Messaggero”.
Tinèa morì accoltellato il 6 aprile del 1910 a soli 33 anni, colpito a tradimento da Bastiano Picchione, detto “er Sartoretto”, un gobbo reso pazzo dalla gelosia per la bella Assunta, la moglie del Tinea, forse divenuto uno strumento nelle mani dei nemici di Romeo. Ai suoi funerali parteciparono tutti i bulli, i caporioni ed i Più di tutta la città, tutti i trasteverini, amici, gregari, moltissime donne, ragazzini e una folla di curiosi, il messaggero gli dedicò un ampio spazio e Pietro Masotti, un vetturino suo amico, gli dedicò un sonetto:
“A che serve da esse un nominato,
da sapé a perfezzione maneggià er cortello,
se er boia destino t’ha creato
pè finì come carne da macello?
Quanti n’hai puncicati, t’aricordi?
So’ ricorsi da Paciucci e Pantalone*,
se li riconoscevi che erano balordi
quanno che ci avevi d’appianà quarche questione.
Tremavano li serci quanno camminavi
Cor tu’ personale che metteva paura;
bastava sortanto che tu li guardavi
pe’ sfuggitte come fossi stato ‘na jattura.
Ora sei morto: tutto sarà scordato
E pe’ li bulli sarà na gran vergogna,
quanno diranno che t’ha ammazzato
Bastiano Picchione, ‘na carogna!

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Roma

Che bello respirarti.
Difenderti, servirti.
E ringraziamo il cielo che ci sei…
Che ancora sai stupirci.
Sei fragile ed eterna.
sei umile e superba.
con tutti i figli generosa sei.
Identica passione.
Giuro non ti lascero’ sola.
Non temere cara, avro’ cura di te. Sono certo, tornerai fiera.
Senza te, che vita è?
Non sarebbe mondo senza te.
Roma, Roma…
Noi si.
Io rivojo er pincio e purcinella.
Quell’infanzia, chi l’ha vista piu’?
Ancora un altro giro in carozzella.
Come sei bella…resta così.
Dimme che nun te sei rassegnata,
Parla ancora dritta ar core mio.
Sessant’anni che te moro dietro.
Nun è un segreto s’amore mio.
Fatte riempì de baci e de carezze.
Che qui la vita è nsoffio…e tu lo sai.
A sta’ vicini er freddo nun se sente.
Strigneme forte, nun te ferma’.
Un popolo d’artisti e de poeti.
Qualunque cosa pur de nun morì!
Semo puri, sinceri e cristallini.

Renato Zero 2010

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Fior de Corona …

“Fior de Corona
Questa è la nota de’ ogni settimana…
Sarà ‘na nota, caro mio, a la bona
Ma senza ciafruje: tutta romana!
Er Lunedì facioli co’ le codiche
Nostra specialità: ‘na cosa rara,
Martedì stufatino insiem’ar sellero
La coda er Mercredì a la vaccinara
Er giovedì se Dio vorrà li gnocchi
Zuppa de pesce fosse er Venerdì
Sabbito trippa ar sugo co’ li fiocchi
E la Santa Domenica supplì!”

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Vecchia Roma

Oggi er modernismo
der novecentismo
rinnovanno tutto va,
e l’usanze antiche e semplici
so’ ricordi che sparischeno.
E tu Roma mia
senza nostargia
segui la modernità,
fai la progressista, l’universalista,
dici okey, hallo, thank you, ja ja.
Vecchia Roma
sotto la luna
nun canti più
li stornelli,
le serenate de gioventù.
Er progresso
t’ha fatta grande
ma sta città,
nun è quella
‘ndo se viveva tant’anni fa.
Più nun vanno
l’innamorati
per Lungo Tevere,
a rubasse li baci a mille
sotto all’arberi.
E li sogni
sognati all’ombra
d’un cielo blù,
so’ ricordi der tempo bello
che nun c’è più.
Mo le regazzette
con le polacchette
certo nun le vedi più.
Gli abiti scollati porteno
controluce trasparischeno.
Senza complementi,
nei caffè le senti
de politica parlar,
vanno a ogni comizio, chiedono il divorzio
mentre a casa se stà a digiunar.
Più nun vanno
l’innamorati
per Lungo Tevere,
a rubasse li baci a mille
sotto all’arberi.
E li sogni
sognati all’ombra
d’un cielo blù,
so’ ricordi der tempo bello
che nun c’è più

Claudio Villa 1948

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Pè lungotevere

Quanno c’è ‘r sole cò quer manto d’oro
pè tutto Lungotevere è ‘na festa!
Li regazzini giocheno tra loro
le madri se li stanno a rimirà
quanta tranquillità! Ma ammalappena
spunta la prima stella: se cambia scena.
Lì sotto l’arberi de Lungotevere
le coppie fileno li baci scrocchieno…
si nun sei pratico de regge moccoli
pè Lungotevere nun ce passà!
Io m’aricordo sempre a San Lumino
cò li lampioni a gasse de ‘na vorta
se dava quarche sordo a ‘n regazzino
de corsa te l’annavaveno a smorzà
mò quelli posti poco illuminati
de prima sera già sò accaparati!
Lì sotto l’arberi de Lungotevere
le coppie fileno li baci scrocchieno…
si nun sei pratico de regge moccoli
pè Lungotevere nun ce passà!
Lì sotto l’arberi de Lungotevere
le coppie fileno li baci scrocchieno…

Gabriella Ferri (Roma, 18 settembre 1942 – Corchiano, 3 aprile 2004)
Anno 1973

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I discorsi del tempo in un viaggio in Italia

O Roma, il cui segreto nome Iddio ci ha rivelato, eterna città, o Patria del cuor mio,
chi ti rammenta e non s’inchina, o termine di consiglio eterno, più non intende il mistero de’secoli.
Come alle forze unite una forza, e a’ membri viventi l’anima, o il sole a’ pianeti,
e al concorde veleggiare degli astri per lo spazio interminato un’unica meta,
com’a’ pensieri melodiosi un’idea, e a’ consorti amori un amore,
o agli spiriti uno spirito che tutti gli abbraccia,
tu, o Roma, sei l’unità dell’unione, centro de’tempi,
universalità del genere umano

Augusto Conti

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Mausoleo di Cecilia Metella

Esiste una severa torre di altri tempi,
salda come una fortezza, con la sua difesa di pietra,
simile a quelle che frustrano la forza di un esercito
anche se si ergono con metà soltanto dei loro bastioni,
e con l’edera di duemila anni, la ghirlanda dell’Eternità,
dove ondeggiano le verdi foglie gettate dal Tempo ovunque;
dov’era questa torre forte?
Nella sua caverna quale tesoro giace così “ rinchiuso, così “ nascosto”?
La tomba di una donna

George Byron
Quarto canto dell’opera Pellegrinaggio del cavaliere Aroldo, 1812/13

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Monte Testaccio

Testaccio è un monte, e ferma el su’ ginocchio
dove à Scirocco ha Roma el muro vecchio,
de Cocci fu vestito (e ’l ver v’arrocchio)
già, già con antichissimo apparecchio
de mentuccia, raponzoli e finocchio,
intorno ha un praticel, che pare un specchio
ha nel su’ repostin più d’un grottaccio
che te fa ’l vin l’estate come un ghiaccio

Giovanni Camillo Perusio – 1688

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Patente del Libraro

Patente del Libraro. Largo dei Librari. Già piazza Santa Barbara, per la chiesetta che vi sorge tuttora. Gli fu aggiunto il predicato dei Librari nel 1601, allorché fu data da Clemente VIII all’Università dei Librai. Santa
Barbara è una chiesa antichissima di cui si ha notizie fin dal secolo XI. Quando nel 1878 i Librari abbandonarono la chiesa significò la fine di Santa Barbara. Abbandonata a sé stessa, in seguito sconsacrata, fu spogliata di paramenti e del crocifisso ligneo traferiti alla vicina chiesa di San Carlo ai Catinari e ridotta a magazzino; gli affreschi che adornavano le cappelle furono ricoperti e sconciati. E Santa Barbara divenne scandalosamente «il più bel magazzino di Roma», secondo un sarcastico commento. L’immagine mostra una patente del Libraro concessa dal Priore della Venerabile Università dei Librai di Roma sotto l’invocazione dei Santi Tommaso d’Aquino, San Giovanni di Dio in Santa Barbara.
Anno: 1868

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Casa de’ Salvi

Casa de’ Salvi in piazza della Libertà. Il toponimo ricorda la libertà dell’Italia, frutto delle guerre d’indipendenza. La Casa de’ Salvi si trova al n. 20 e fu costruita nel 1930 da Pietro Aschieri. Rappresenta un classico della «palazzina» romana, che ebbe in Aschieri un magistrale interprete, con quell’andamento ritmico e ondulato delle finestre e dei balconi in un’alternanza di concavo e convesso, tipica espressione di gusto scenografico particolarmente accentuata nella plastica accentuazione delle angolature.
Anno: 1960 ca