Roma Sparita | Storia e Cultura - Pagina 2 di 37 - «Un popolo che non conosce il proprio passato, origine e cultura è come un albero senza radici» (Marcus Garvey)

Roma Sparita | Storia e Cultura

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Porta del Popolo

Parte esterna della Porta del Popolo, a destra la Chiesa Protestante posta fuori dalle mura.
Incisione di anonimo anno 1868 ca

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Villa Pamphili

Villa Pamphili
Ben nove chilometri di perimetro fanno di questa splendida dimora campestre la più vasta residenza principesca di Roma. Fu il cardinale Giovanni Battista Pamphilj, a volere questa dimora fuori porta San Pancrazio, tra il Gianicolo e la via Aurelia, intorno al 1644. Fu chiamato lo scultore bolognese Alessandro Algardi, al quale venne affidata l’intera costruzione della villa come ricorda il Milizia: «La rinomata Villa Pamphilj è tutta opera dell’Algardi, sì per l’architettura del palazzo e per gli ornamenti, come per l’invenzione delle fontane, e per la pianta della villa, regolata con somma giudizio nelle disuguaglianze de’ siti irregolari, nella varietà de’ viali, e nel darle un dilettevole e nobile aspetto, onde con ragione è stata chiamata Belrespiro, ed è forzato ognuno a confessare esser questa la più bella villa di Roma». Nella foto del panorama primeggia la basilica di San Pietro

Anno: 1855
Fotografo: Ludovico Tuminello
Aggiunta da Mario Visconti

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Piazza dell’Esquilino

Piazza Esquilino, panorama da un terrazzo.
La piazza, posta a livello assai più basso della contigua piazza di Santa Maria Maggiore, risulta dall’unione di due antichissime piazzette (Pozzo Roncone e delle Case d’Orlando) sparite da moltissimo tempo. Il Pozzo Roncone, in origine chiamato semplicemente “pozzo”, tanto che la chiesa di Sant’Alberto aveva l’appellativo “al Pozzo”, si estendeva all’incirca dove oggi è il Monastero del Bambino Gesù nella via Urbana: lo fiancheggiava una strada che, slargandosi, dava luogo ad una piazzetta detta delle Case d’Orlando. Difficile oggi formulare un’ipotesi sicura sui due appellativi, ma possiamo arguire che sia Roncone che Orlando indichino proprietà di due primiceri o maggiorenti della Compagnia de’ Raccomandati o dell’ospedale di Sant’Adalberto, per i lebbrosi, che qui sorgeva.
Sisto V ridusse la piazza allo stato attuale e vi fece innalzare l’obelisco che giaceva spezzato nella via San Rocco dopo aver ornato – con il gemello oggi in piazza del Quirinale – l’ingresso del Mausoleo di Augusto. Questo obelisco – alto 14 metri – conserva la più bella epigrafe fra quelle di simili monumenti

Anno: 1860 ca
Fotografo: Ludovico Tuminello
Fonte: Roma, Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione
Aggiunta da Mario Visconti

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Palazzo Ruspoli

Palazzo Ruspoli con «scalino».
È ad angolo tra via della Fontanella di Borghese e via del Corso, arrivando fino a piazza San Lorenzo in Lucina e, sul dietro, è fiancheggiato da via del Leoncino. Ha un ingresso su via del Corso, ma il portone principale è su Largo Goldoni, così come la facciata gentilizia, rifatta da Martino Longhi il giovane. Il marchese Francesco Ruspoli aveva donato a Clemente XI l’armamento completo per un reggimento di fanteria ed il Papa volle ricompensarlo con il titolo di principe di Cerveteri. Cresciuto quindi nell’arengo nobiliare, il neo principe acquistò dai Caetani questo palazzo che i Rucellai si erano fatti costruire da Bartolomeo Ammannati nel 1586. La facciata minore, sul Corso, fu architettata probabilmente dal Breccioli. Lo scalone d’onore era citato in una filastrocca popolare sulle Quattro meraviglie di Roma e cioè:
1. Il cembalo di Borghese
2. il dado di Farnese
3. la scala di Caetani
4. il portone di Carboniani.
Vi dimorò l’ex regina d’Olanda, Ortensia, con il figlio Luigi Napoleone, futuro Napoleone III; al secondo piano, verso il 1855, si aprì il salotto dei Vannutelli, frequentato da musicisti come Liszt, Bizet e Gounod, perché dieci dei dodici figli del proprietario, Giuseppe Vannutelli, erano musicisti e avevano messo su una sorta di accademia filarmonica. Restò celebre un’esecuzione dell’Orfeo di Gluck

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La Crisi secondo er Sor Capanna

La Crisi secondo er Sor Capanna (fine ‘800)

Sentite che vve dice er sor Capanna
ch’er millenovecento s’avvicina:
ritorneremo ai tempi della manna,
a uffa ce daranno la farina.
Ma speramo ar novocento,
fenirà questo tormento
con bon lavoro,
rifiorirà ‘sto secolo dell’oro.

Ma ggià asso ventottenni che godemo,
che stiamo tra li beni e la ricchezza;
la libertà gni giorno la vedemo,
m’addosso semo pieni de monnezza.
Se nun gira questa rota
la saccoccia è sempre vota;
e co quest’uso
se seccheno le gamme e appizzi er muso.

E cor progresso che ciavemo adesso,
le crespe l’emo fatte su la panza,
ciavemo li colori com’er gesso:
e questo è ppe virtù dell’abbondanza.
Ogni passo sbajavamo
perché noi poco magnamo;
certi momenti
l’anima la reggemo co li denti.

E mentre noi ciavemo st’abbondanza,
cia fatto sul cammino er vellutello;
la pila nun se scotta più la panza,
e nun s’addopra più lo sgommarello.
La padella stà all’oste,
che ce fa le callaroste,
la scolabrodo
ha fatto presa ar muro cor un chiodo.

E li tegami poi se so ammuffiti,
nun se posso addoprà pè cristallina;
e li cucchiari se sò ruzzoniti,
li piatti cianno fatto la rasina.
E ppoi sopra ar tavolino,
c’emo fatto l’artarino;
ner tiratore,
li sorci ce se sentono discore.

Le molle e la paletta co lo spito,
emo vennuto tutto a robbivecchio,
a prezzo de ferraccio arruzzonito,
a noi nun c’è rimasto antro ch’er secchio.
La battilonta cor cortello
nu’ lo fanno più er duello:
per’ er callaro,
a la cucchiara ha dato er piantinaro.

Er secchio è sempre pieno d’acqua fresca.
In quarche casa c’è la funtanella,
pe nun stà asciutti in corpo come lesca,
gni tanto se sciacquamo le budella;
e la panza se gonfiamo
co sta cura che noi famo;
er zì peppone,
l’avemo chiuso dentro ar credenzine.

In oggi se va avanti co l’imbroji;
si tte vò regge impiede, pe crillaccia,
te tocca a ssegnà buffi su li foji,
ma devi trovà pure chi li faccia.
Si vai ar forno a pijà er pane
te domanna: «poi pagane?»
con a ruganza,
accidentaccio a tutta st’abbondanza.

Volete un bel conzijo, cara gente,
un bè rimedio pe pagà li buffi:
chi ve li chiede nun je date gnente
menate bastonate su li luffi.
Speciarmente all’esattore,
lo pagate cor tortore;
all’osti puro,
bevete sempre eppoi segnate ar muro.

Dipinto del 1853 di Nicolai Wilhelm Marstrand

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Osterie sull’Appia

Le osterie sulla Via Appia

Le località lungo la via Appia, come l’ippodromo delle Capanelle (1884), erano tra le mete scelte dai romani e le numerose osterie come tappe per rifocillarsi, quando le stesse erano meta per le scampagnate.
Nel tratto da San Giovanni a Pontelungo c’erano, nel 1915, almeno dieci osterie, tutte sul lato destro.
Tra queste le più note erano: l’Osteria “Faccia Fresca” situata ai civici 20/24 a 350 metri dopo la Porta, questa osteria era rinomata anche come punto di riferimento per poeti, musicisti, cantanti partecipanti al Concorso della musica romana, che tra il 1891 (prima edizione) e il 1931 rimase abbinata alla festa di San Giovanni. Più avanti osteria “Impero Romano” osteria “Vittoria” e l’osteria “Baldinotti” al bivio tra via Appia e via Tuscolana, osteria “Ponte Lungo”, situata subito dopo il ponte nell’omonima località, già con questo nome prima della costruzione della ferrovia. Da lì partivano i carri allegorici per la festa di San Giovanni.
Oltre Ponte Lungo erano note altre osterie: “Arco di Travertino”, “Belvedere” fino agli anni 50 (angolo via delle Cave), “Cessati Spiriti”, “Acqua Santa del Tavolato”. Molte altre come: “Trattoria dello Scarpone” (meta di scampagnate del ceto medio), “Dar novo Panzone”, e quella che aveva la più caratteristica insegna “Osteria della Fortuna (e tu invidia crepa)” sono state sommerse dal cemento.
“Osteria del Tavolato dove ce so li prati pe li regazzini, se vede passa er treno d’Arbano, ce fa cucina’ la robba nostra facennose pagà solo lo scomodo…” I cittadini romani per muoversi dalle quattro mura dell’urbe si recavano fuori porta e stanchi, affaticati, si fermavano a rifocillarsi da “Faccia Fresca” a San Giovanni ma quando volevano dar prova d’una resistenza degna di premio raggiungevano i “Cessati Spiriti”

Alfredo Caruso da “P. Scarpa, Vecchia Roma: scene di una vita nell’urbe dell’anteguerra, Roma 1939”
Foto “Da Ciarla” archivio personale

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Scuola elementare Garibaldi

IO RICORDO…

“Nell’anno scolastico 1961/62 frequentavo la Scuola Elementare Giuseppe Garibaldi in Via Mondovì, abitavamo in via Appia Nuova 397 e andavamo a scuola da soli, mio fratello più piccolo ed io; a volte ci accompagnava mamma, mia sorella più grande frequentava già la I media. Il percorso che facevamo era: Via Cesare Baronio, Via Giuseppe la Farina, Via Gino Capponi, da lì si univa un mio compagno di classe (Burattini), tutti e tre raggiungevamo la scuola. Altre volte, quando ci accompagnava mamma, passavamo per Circonvallazione Appia e, quando c’era la possibilità, ci prendeva la pizza da Fronzi altrimenti ci portavamo qualcosa da casa. D’inverno mamma prima di uscire ci preparava una bustina con le castagne lesse bollenti e ci diceva: – “riscaldatevi le manine” – Quasi tutti venivamo a piedi non c’era il traffico di oggi: macchine in doppia fila e/o parcheggiate sul marciapiede, anche perché in Via Mondovì ci passava il tram (la linea 9 e 18). All’uscita delle 12.30 (credo), i più meritevoli della classe (io MAI) vestiti da vigili urbani con cappellino a bustina una bandana ed una paletta regolarizzavano l’uscita delle classi e fermavano quelle poche macchine che passavano per far attraversare la strada. Noi facevamo il doposcuola, quindi mangiavamo al refettorio che si trovava nel piano seminterrato ed uscivamo alle 16.30. Una volta mi ricordo che tornando da scuola un compagno di classe di mio fratello, che per anni non ha voluto dire chi fosse, dando un calcio ad un sasso glielo mandò a finire su un dente e glielo spezzò. (Siamo venuti a sapere, dopo anni che era stato il figlio del proprietario del forno a Piazza Cesare Baronio), fatto sta che il dente se lo rimise a 20 anni”

Questo ricordo e’ stato inviato da Alfredo Caruso

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Che bello sta’ co’ te

Che bello sta’ co’ te,
me sembra de vola’,
che bello quanno attero
e tu sei qua.
Sta vita nun c’è più
er monno è un po’ più in là,
se senti un botto nun te preoccupa’:

So’ io
che ho preso in pieno in faccia er celo,
so’ io
che so’ caduto da un pensiero,
so’ io
che ‘n ce speravo quasi più
e un giorno all’improvviso…

…Che bello sta’ co’ te,
me sembra de sogna’,
me pare bella pure ‘sta realtà.
C’ho voglia de scherza’, de ride e de penza’,
e poi domani forse chi lo sa.

Nun dimo niente ‘n famose senti’,
che oggi so’ felice nun se po’ di’.
Cammina sulle punte, amore mio,
che oggi er celo è nostro,
me l’ha prestato Dio.

Lo vedi, se ne va,
‘sto giorno se ne va,
è n’artra vorta sera, che vuoi fa.

Io so’ rimasto solo co’ ‘n pensiero,
m’ha preso proprio in pieno e in faccia er cielo.
Eppure se non stai più qui con me
stanotte me te ‘nzogno,
che bello sta’ co’ te!

Nino Manfredi 1983

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La panzanella

È una canzone stupida,
senza senso.
Anzi col doppio senso,
che è pure peggio.
Dice: “Ma allora che la canti a fà”?
Così. Perché si.
Perchè me so’ stancato
de st’impegnato, programmato,
condizionato dal significato indurcinato
che va scavato, spiegato, psicanalizzato.
Me so’ stufato.
Mo convie’ canta’.
Poichè l’estate c’è
anche per me che resto qui
a casa mia,
embe’, che male c’è se sveglio il gatto
e invito Nella a farmi un po’
di compagnia.

Ah, la Panzanella,
Panzanella, nella, ne…

Così aspetto che
insieme al fresco salga su
il mio tesoro.
Ma si, che male c’è
se Nella prende il pane e l’olio
e fa su e giù col pomodoro.
Se gli altri
vanno al mare
a Santa Marinella,
mbe’, Nella sta qui,
le faccio fa’
la Panzanella.
Na sera non poteva
e venne la sorella.
Mbe’, ao’, que è!
L’ho messa lì,
io’ fatto fa’
la Panzanella.

Ah, la Panzanella,
Panzanella, nella, ne…

Bona, anche la sorella
fa una buona Panzanella.
Ah, la Panzanella,
Panzanella, nella, ne…
Poichè la luna c’è
e s’è fermata proprio qui
sul mio balcone,
embe’, che male c’è
se mentre aspetto que vie’ Nella
gioco un po’ col mio micione.
C’ho un gatto
che é una bellezza!

Ah, la Panzanella,
Panzanella, nella, ne…
No perchè è il mio,
ma appena lo vedi te innamori, eh!
Ah, la Panzanella,
Panzanella, nella, ne…

Ah! C’ha pure la coda!
A Ne’, embe’ que è,
m’hai detto statte bono che
mo te ristoro,
a Ne’, mbe’, com’è
che il pane resta tutto a me
e in mano a te c’è il pomodoro.
Se gli altri
vanno al mare
a Santa Marinella,
mbe’, oh, Nella sta qui,
le faccio fa’
la Panzanella.
Na sera non poteva
e venne la sorella.
Embe’, hm!
L’ho messa lì,
io’ fatto fa’
na Panzanella.
Ma quando l’ha saputo
s’è arrabbiata Nella.
E mo’
che posso fa’,
me fo’ da me
la Panzanella

Ah, la Panzanella,
Panzanella, nella, ne…
Beh, certo, da soli
è un’altra cosa.
Ah, la Panzanella,
Panzanella, nella, ne…

Quando c’è Nella
è più bona la Panzanella.
Ah, la Panzanella,
Panzanella, nella, ne…

Ma che,
me volete di
come se fa la Panzanella?
L’ho inventata io!
Ve saluto.
Ciao!

Ah, la Panzanella,
Panzanella, nella, ne…

Nino Manfredi 1979

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Romeo Ottaviani “Er Tinea”

Romeo Ottaviani detto “er Tinea”(probabilmente da “sangue di Enea”), il più famoso “bullo” romano, nacque nel 1877 a piazza del Catalone, nel rione di Borgo, per poi trasferirsi con la famiglia in piazza de’ Renzi a Trastevere, dove abitò sino alla morte, fattorino presso gli uffici postali di piazza San Silvestro e di viale di Trastevere, protettore da sempre dei più deboli contro i prepotenti, divenne famoso per aver difeso a suon di schiaffoni, nel 1898, una prostituta, malmenata dal suo protettore (a Roma chiamato “pappone”) in via Frattina, “er Malandrinone”, uno dei più feroci capi induscussi della malavita romana dell’epoca. Questo episodio fece di lui il legittimo capo dei bulli di Roma, iniziò a lavorare come buttafuori nei locali notturni, temuto e rispettato, la casa de “er Più de Trastevere” divenne una specie di ufficio reclami dei più deboli che chiedevano soddisfazione di qualche sopruso o prepotenza, in quella stessa casa, nel 1900, fu ucciso suo fratello per vendetta trasversale, non avendo trovato Romeo. Amatissimo dalle donne di ogni ceto, tanto stimato che anche la polizia chiudeva un occhio se per sedare una lite ci andava pesante. le sue gesta furono spesso riportate dal giornale “Il Messaggero”.
Tinèa morì accoltellato il 6 aprile del 1910 a soli 33 anni, colpito a tradimento da Bastiano Picchione, detto “er Sartoretto”, un gobbo reso pazzo dalla gelosia per la bella Assunta, la moglie del Tinea, forse divenuto uno strumento nelle mani dei nemici di Romeo. Ai suoi funerali parteciparono tutti i bulli, i caporioni ed i Più di tutta la città, tutti i trasteverini, amici, gregari, moltissime donne, ragazzini e una folla di curiosi, il messaggero gli dedicò un ampio spazio e Pietro Masotti, un vetturino suo amico, gli dedicò un sonetto:
“A che serve da esse un nominato,
da sapé a perfezzione maneggià er cortello,
se er boia destino t’ha creato
pè finì come carne da macello?
Quanti n’hai puncicati, t’aricordi?
So’ ricorsi da Paciucci e Pantalone*,
se li riconoscevi che erano balordi
quanno che ci avevi d’appianà quarche questione.
Tremavano li serci quanno camminavi
Cor tu’ personale che metteva paura;
bastava sortanto che tu li guardavi
pe’ sfuggitte come fossi stato ‘na jattura.
Ora sei morto: tutto sarà scordato
E pe’ li bulli sarà na gran vergogna,
quanno diranno che t’ha ammazzato
Bastiano Picchione, ‘na carogna!