Roma Sparita | Storia e Cultura - Pagina 2 di 38 - «Un popolo che non conosce il proprio passato, origine e cultura è come un albero senza radici» (Marcus Garvey)

Roma Sparita | Storia e Cultura

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Er vino

“E ggicché ssemo sur discorso der vino, io dico che in gnisuna parte der monno se bbeve tanto vino come a Roma. (…) Dunque sii ogni sempre benedetto er vino e cchi l’ha inventato”

Giggi Zanazzo

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Polveriera Appia

Polveriera Appia
Era il 24 agosto del 1917 quando alle 20 e trenta, nella quiete della sera, Roma venne scossa da una terribile esplosione. La polveriera della Caserma Appia (vecchio Forte dell’Acquasanta, oggi Reparto Sistemi Informativi Autorizzati Mobile) era saltata in aria. Le vittime furono oltre duecento, prevalentemente giovani tra i 17 e i 20 anni. Le indagini sulla sciagura divennero segreto di Stato.
Cento anni dopo, il giornalista Enrico Malatesta, lavorando al suo libro “La vera storia di Padre Pio”, si imbatté nella storia di Alfio Russo, uno dei tanti caduti nella polveriera. Incuriosito dalla vicenda, iniziò ad indagare.
Malatesta racconta che Padre Pio, al tempo arruolato nella Prima Guerra Mondiale come cappellano militare nella Sanità, a Napoli, forse per una premonizione sul destino che attendeva Alfio nella Capitale (dove avrebbe dovuto essere nuovamente operato in seguito a una cancrena), tentò di non farlo partire. Ma non ci fu nulla da fare, il Capitano medico Giannattasio decise il trasferimento al Policlinico dell’Università di Roma (oggi Umberto I) da dove fu poi spostato per la convalescenza alla Caserma militare di via Appia.
Un altro particolare attirò la sua attenzione sulla vicenda: perché il segreto di Stato? “Perché – prosegue a domandarsi il giornalista – quell’opificio bellico dove si costruivano bombe e altri ordigni (senza nessuna attenzione alla sicurezza dei soldati) destinati a rifornire i lanci aerei sulle trincee nemiche, era costituito in due capannoni esterni al perimetro del Forte? E soprattutto, perché a lavorare in quei due maledetti capannoni furono impiegati soldati generici, giovani ed inesperti, e non invece artificieri specializzati?”.
Nel 1919 (a un anno dalla fine della guerra) il Tribunale Militare che aveva avocato il procedimento dal Procuratore del Re del Tribunale Penale, emette la sua sentenza di condanna contro ignoti. Una sentenza iniqua perchè dopo aver indicato un colpevole, lo scagiona in quanto deceduto prima dei fatti.
A dare una risposta certa a questi ed altri oscuri interrogativi è sufficiente un solo ma sconvolgente documento. La confessione, rilasciata nel 1919 (due anni dopo l’accaduto) da un testimone oculare dell’infausta esplosione del Forte Acquasanta. “L’ufficiale – ha scoperto Malatesta -si era rifiutato, nella sua qualità di preposto all’ufficio di competenza, di collaudare delle spolette difettose, ma i generali non volendo ascoltare le ragioni del suo dire, lo avevano arbitrariamente sollevato dall’incarico per imporre il collaudo ad altro ufficiale, invece estraneo a questa competenza, il quale fece passare per buono il materiale esplosivo palesemente deteriorato”.
Non per un atto di guerra, né per un sabotaggio alle strutture, né tantomeno per un accidentale infortunio ma solo, denuncia Malatesta, per il “tradimento” di chi avrebbe dovuto rispondere delle loro giovani vite. Dilaniati dall’esplosione, i loro poveri resti non meritarono neanche il rispetto del proprio nome perché raccolti sommariamente in cassoni della Croce Rossa, in un ammasso confuso, tra ossa, detriti, membra umane e macerie, in una melma fatta di terricci e sangue. “Agghiacciante” fu l’affermazione del dirigente della Questura, presente al recupero dei caduti. “Ma ben più agghiacciante – secondo Malatesta – è l’oblio riservato al negato ricordo delle loro giovani vite”

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Bella quanno te fece mamma tua

Bella quanno te fece mamma tua
Pare che stiede ‘n anno a ginocchione
Eppoi se mise l’angeli a pregane
Bella t’avesse fatto com’er sole
Poi te mannò da Cupido a imparane
E l’imparassi li versi d’amore
E quanno cominciassi a compitane
Venissi o bella e m’arubbassi er core

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Tata Giovanni

Giovanni Borgi nacque a Roma il 18 febbraio 1732. Di umili origini e anafabeta, ma di grande istruzione religiosa, apprese l’arte del fabbro muratore, lavorò anche alla costruzione della Sagrestia Vaticana ma sempre con umili guadagni. Abitava in Via dei Cartari e la sera, dopo il lavoro, passava le serate, e a volte anche le notti, ad assistere gli infermi al Santo Spirito in Sassia. Un uomo di buon cuore. La sera, di ritorno dalla processione serale organizzata dall’Oratorio del Caravita a cui partecipava, vedeva tanti orfani abbandonati dormire sulle panche dei pollaioli o sui gradini del Pantheon e soffriva, finchè non decise di portarseli a casa (un antico testo parla di una camera in affitto vicina alla sua abitazione), fu così che nel 1784, con l’aiuto della sorella, iniziò la sua opera di beneficenza.
Uno dei primi problemi fu la mancanza di piatti, che lui risolse acquistando un enorme callaro dove metteva il cibo, in cui i ragazzini tutti seduti intorno mangiavano, per questo furono soprannominati “callarelli”. I ragazzi iniziarono a chiamarlo Tata, che in dialetto romano significava “papà”. Col tempo Tata Giovanni si avvalse dell’aiuto di volontari laici e sacerdoti per procurare loro un’istruzione scolastica e religiosa, sistemandoli inoltre qua e là da amici e conoscenti per dei lavoretti. I pochi guadagni erano d’aiuto per andare avanti, ma soprattutto avrebbero così imparato un mestiere. Gli abati Pinchetti e Di Pietro, venuti a conoscenza della storia, vollero conoscere Tata Giovanni, offrirono alla “famiglia” del denaro e affittarono per loro il primo piano di Palazzo Ruggia in via Giulia del cui affitto si fece carico Don Michele Di Pietro. Si formò inoltre una società di benefattori che diede oltre cento scudi al mese. Finalmente la grande famiglia fu nutrita e ben vestita, i ragazzi furono indirizzati nelle officine della città. Il nome di Tata Giovanni dato dai figlioli (come lui era solito chiamarli) divenne il nome dell’Istituto.
Successivamente Papa Pio VI comprò per l’Ospizio il Palazzo Ruggia. Alla morte di Tata Giovanni, nel 1798, fu il suo amico avvocato Belisario Cristaldi a continuare la sua opera. L’Ospizio cambierà sede più volte prima di stabilirsi, nel 1816, nella chiesa di Sant’Anna dei Falegnami, fino al 1887 quando la chiesa, con l’Ospizio annesso, non saranno demoliti per l’apertura di via Arenula.
L’Ospizio fu di nuovo trasferito a Piazza del Biscione, nel Palazzo Righetti (già Orsini e Pio di Savoia), dove rimase fino al 1926; da qui passò nell’attuale sede di viale di Porta Ardeatina,col nome di Istituto Santissima Assunta Detto Tata Giovanni e Opera Pia De Angelis

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Fontanella degli Innamorati

E’ ben nota l’usanza di gettare un “soldino” nella Fontana di Trevi, meno nota e’un’antica usanza che riguarda una fontanina rettangolare, con due piccole cannelle, posta sul lato destro esterno della fontana, nota come la Fontanella degli Innamorati.
Leggenda vuole che le ragazze romane, quando l’innamorato doveva andare soldato, per essere sicure che sarebbe tornato da loro avevano un piccolo rito, si facevano accompagnare a bere l’acqua di Trevi, portavano dei bicchieri nuovi, bevevano insieme l’acqua Vergine e poi li rompevano, così il loro amore sarebbe durato per sempre. Ancora oggi i fidanzati che conoscono la storia vanno a bere (senza bicchiere) a questa sorgente, sperando nell’amore eterno.

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Raffaella La Crociera

A destra di chi guarda la grande entrata del Cimitero Monumentale al Verano, un breve viale carrozzabile porta al riquadro 5, area piuttosto ampia ove riposano i resti mortali di eroi, pittori, scultori, musicisti, politici, poeti, sindacalisti. In quel punto si rimane attratti dal candore del marmo di un piccolo monumento sepolcrale, in cui la figura di una fanciulla sembra venire incontro all’ospite, calzando semplici sandali da mare e stringendo nella mano destra un grosso quaderno.
Sul finire dell’ottobre del 1954, un violento nubifragio si abbattè sulla costiera salernitana, travolgendo ogni cosa e seminando ovunque dolore, fame, lacrime, miseria e morte. La Rai dai suoi microfoni lanciò un disperato SOS e dette vita ad una pubblica sottoscrizione. Le popolazioni colpite necessitavano di tutto.
L’appello radiofonico fece centro nel cuore generoso dei romani e in particolare in quello di Raffaella La Crociera, una fanciulla di Testaccio inchiodata da circa un anno nel suo lettino da un morbo che non perdona: il “lupus eritematoso cronico”. Vane erano state fino allora le amorose cure dei professori Frugoni, Condorelli, Di Guglielmo, Martori, e altrettanto vana era risultata la speranza di un miracolo.
Di giorno in giorno la bambina si rendeva conto che la fine di tutto era ormai prossima. E ciò aumentava il suo rammarico di non avere nulla in modo assoluto da offrire ai bambini salernitani, privati improvvisamente sia degli affetti più cari, sia del necessario per sopravvivere.
Raffaella però aveva un dono molto raro e altrettanto dovizioso che da solo permette, a chi lo possiede, di far conoscere i propri sentimenti di gioia e di dolore. Raffaella aveva il dono di saper scrivere una buona poesia.
Quello che di Raffaella oggi rimane è la testimonianza del suo desiderio ardente di cercare senza sosta asilo in un mondo piccolo ma tutto suo, capace di ospitare la sua bontà, il suo candore, i suoi sorrisi, anche se velati di tanto in tanto dalla malinconia. L’appello radiofonico fece esplodere di altruismo l’animo di Raffaella che sentì il bisogno pressante di rendersi utile anche lei. Ma in quale modo? Con quali mezzi? L’immobilità forzata e dolorosa la costringeva a stare prigioniera nel suo lettino e la famiglia non aveva più nulla da togliersi. La malattia aveva assorbito ogni risorsa economica, ogni risparmio. Raffaella tuttavia non si arrese. Si sentì così forte nello spirito che per un momento superò ogni sofferenza fisica. Il suo volto si illuminò all’istante. Anche lei poteva disporre di qualcosa da offrire, di sua esclusiva proprietà. Si fece dare carta e penna e subito cominciò a scrivere press’a poco cosi: Cara RAI, sono molto malata. Da oltre un anno. I miei genitori hanno speso tutto quello che avevano per guarirmi. E io non ho nulla da offrirti per i bambini del Salernitano. Ti offro questa mia poesia
“er zinale”:
Giranno distratta pe casa,
tra tanta robba sfusa,
ha trovato: ah! come er tempo vola,
er zinale de scola.
Nero, sguarcito,
Un pò vecchio e rattoppato,
è rimasto l’amico der tempo passato.
Lo guarda e come se gnente fusse
a quell’occhioni
spunteno li lucciconi,
e se rivede studente
allegra e sbarazzina
tanto grande, ma bambina.
Lo guarda e come un’eco risente
quelle voci sommesse: Presente!
Li singhiozzi, li pianti,
li mormorii fra li banchi,
e senti…senti…
pure li suggerimenti.
Tutto rivede e fra quer che resta,
c’è la cara sora maestra.
Sospira l’ècchese studente, perché sa
che a scola sua non ce potrà riannà.
Lei cià artri Professori, poverina.
Lei cià li Professori de medicina.

Un grembiule di scuola. Un cofanetto custode delle gioie, delle ansie, delle piccole amarezze di un mondo ancora nell’abito dell’innocenza. C’è tanto cuore nei versi di Raffaella, ma anche tanta tristezza in cui si annida un presentimento di morte. Domenica 31 ottobre. Prime ore del pomeriggio. Dai microfoni della rubrica romana “Campo de Fiori” la voce del suo direttore Giovanni Gigliozzi raggiunse ogni angolo di Roma con i versi della poesia “er zinale” che fu messa subito all’asta, destinando il ricavato agli alluvionati salernitani. In poco tempo la sede di Roma della RAI fu tempestata di telefonate. Le offerte si moltiplicarono senza respiro fino al momento in cui dalla Svizzera la contessa Cenci-Bolognetti comunicò di offrire mezzo milione. La poesia fù aggiudicata a lei.
Un acquisto simbolico che fece piangere di commozione e di gioia la piccola Raffaella, rimasta sempre in ascolto, incredula magari di essere stata capace di aiutare con un atto di solidarietà, tutto suo, altre infelici vittime della mala sorte, anche se in forme diverse dalla sua. Di colpo, tutta la stampa nazionale ed estera dette ampio spazio all’episodio della fanciulla romana, poetessa in erba. A lei fu promesso il dono di una bambola da un negoziante romano di giocattoli, Fausto Arnesano, perché le tenesse compagnia. Ma, trascorsi neppure due giorni, la mattina del 2 novembre Raffaella raggiungeva i giardini del Cielo. Roma perdeva così Ia sua piccola poetessa, cui fu negata anche la gioia di stringere al petto la bambola tanto attesa, giunta su un cuscino di fiori bianchi soltanto poco prima che la bara iniziasse l’ultimo cammino fra due ali di popolo commosso fino alle lacrime. Il 18 novembre la famiglia La Crociera riceveva, a firma del sen. Ugo Angelilli, Assessore alle Scuole del Comune di Roma, la seguente lettera: “Si prega vivamente di voler partecipare alla cerimonia per il Premio della Bontà “Livio Tempesta”. Si prega di accompagnare la sorellina dell’indimenticabile Raffaella”.
Così la mattina del 20 novembre a Marinella, la più piccola delle tre sorelle della fanciulla scomparsa, il Sindaco Salvatore Rebecchini consegnò il Premio della Bontà alla memoria di Raffaella La Crociera, piccola poetessa di Roma.
Due scuole, una a Roma e un’un’altra a Salerno, ricordano Raffaella, anche se il suo passaggio terreno è stato di breve durata.

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Campana delle Mantellate

“Le Mantellate so’ delle suore, ma a Roma so’ sortanto celle scure. Una campana sona a tutte l’ore, ma Cristo nun c’è sta drento a ‘ste mura”…
Campana in bronzo proveniente dall’ex carcere femminile di Roma delle “Mantellate”, ospitato nel vecchio convento delle suore Mantellate, ordine fondato da Giuliana Falconieri nel XIV a Firenze, così chiamate dal lungo mantello nero indossato.
Per molti secoli il rintocco della campana ha segnato lo scandire delle ore nella quotidianità del carcere: l’ora del risveglio, del cibo, del lavoro, della preghiera, del sonno. La campana delle Mantellate reca la data di fabbricazione 1835 e l’iscrizione CH-AS-AR-IT (Camera Apostolica Reverenda). Originariamente la campana era collocata nelle Carceri Nuove di Via Giulia, fatte costruire da Papa Innocenzo X nel 1655. Successivamente fu trasferita nel carcere femminile di via delle Mantellate, attiguo al carcere giudiziario di Regina Coeli, divenendo un vero e proprio simbolo del vecchio carcere femminile di Roma. Le Mantellate furono chiuse alla fine degli anni Cinquanta e le detenute trasferite nel nuovo carcere femminile di Rebibbia. La campana, ora al Museo Criminologico di Roma, fu custodita presso il carcere di Regina Coeli

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Via Tiburtina

Palazzetto Sartorio al civico 207 di via Tiburtina
Su Via Tiburtina, all’altezza del cimitero del Verano, c’è un palazzetto conosciuto come “il palazzo decorato”, per il bizzarro miscuglio di stili che lo caratterizzano, inoltre, alzando lo sguardo, si scorge una finestra particolare. Si tratta di una bifora dalla quale si affacciano delle figure in terracotta rossa, contornate da una tenda di pizzo, anch’essa di terracotta, che rappresentano un uomo anziano dalla barba fluente e riccia, con la berritta in testa, il tradizionale berretto nero sardo, ed un binocolo in mano, ai suoi lati una ragazza in costume tipico ed un’elegante signora. Tutti e tre guardano per strada e ridono.
La curiosa opera è da attribuirsi allo scultore Giuseppe Maria Sartorio. Nato a Boccioleto in Valsesia nel 1854, l’artista nel 1897 acquistò il terreno sulla Tiburtina sul quale fece costruire l’elegante palazzina chiamata, appunto, il palazzo decorato, che adibì a sua dimora aprendo, al piano terra, la sua bottega, ad uso officina e scuola di scultori ove lavoravano i suoi allievi,
Una leggenda narra che l’originario proprietario del villino, insieme alla moglie e ad una servetta, stavano deridendo una processione funebre che passava sotto la loro finestra, diretta al vicino cimitero del Verano. Pare che la loro fosse un’abitudine, ma un bel giorno la balaustra cedette ed i tre caddero a terra ponendo fine alla loro vita. Un’altra versione della leggenda dice che per questo Dio si indispetti’ e li pietrifico’ in quella posa per l’eternita’. Venuto a conoscenza della leggenda, Sartorio realizzò la finestra a bifora ove si affacciano i tre personaggi della storia

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Palazzo Ruspoli

Al pianoterra del palazzo Ruspoli ebbe sede nell’Ottocento un celebre locale, il Caffè Nuovo, considerato – forse con un pò di iperbole – il più bello d’Europa. Era in effetti magnifico ed elegantissimo, frequentato da una scelta clientela: Antonio Nibby, Carlo Fea, il Canina, Giovanni Giraud, Massimo d’Azeglio e Stendhal, che abitava in palazzo Ruspoli. Il locale aveva anche un suo portafortuna: Giovanni Giganti detto Baiocco. L’ironia del cognome la si avvertiva vedendolo, poiché era un nanetto e per di più col dorso ornato da una non vistosa ma chiara gibbosità. Il
Belli, in una nota ad un suo sonetto, L’anima der curzoretto apostolico, si soffermò sul personaggio riportando un altro sonetto, da lui «attribuito All’avvocato-cavalier-conte-mar-chese-commendatore Luigi Biondi»:

Dal seme di giganti io nacqui nano,
e mi dier di Bajocco il soprannome.
Alto fui quattro palmi, appunto come
la mezza-canna al nostro uso romano.

Non ebbe il torso mio nulla’ di strano,
ma le gambe fur corte e fatte a crome:
grosso capo, il pel nero, ampie le chiome
schiacciato il naso, e il pie bello e la mano.

Fui del nuovo caffè guardia e decoro,
di chiunque apparia pronto a’ servigi,
buono, saggio, e, a dir vero, un giovin d’oro.

Quanti venian da Londra e da Parigi
mi davan doni, e dir solean fra loro:
questo bajocco val più di un luigi.

Il Caffè Nuovo ebbe anche una sua giornata risorgimentale, il 4 luglio 1849, poco dopo l’entrata in Roma delle truppe francesi. Quel giorno, alcuni ufficiali francesi entrarono nel Caffè e chiesero al proprietario varie consumazioni, tutte rifiutate con pretesti vari, una alla volta e non senza far dello spirito. Alla fine, chiesero dell’acqua ma fu loro negata anche quella: «Non ce n’è più: i Francesi hanno distrutto l’acquedotto che ce la portava». Gli ufficiali se ne andarono, ma il giorno dopo un drappello di fanteria entrò nel Caffè e si dispose in assetto di battaglia.
L’ufficiale comandante disse al proprietario che non potendosi in quel locale avere né caffè, né birra e neppure l’acqua, era inutile mantenerlo come locale pubblico ed era quindi meglio trasformarlo in caserma. Il Caffè Nuovo fu chiuso e riaperto qualche tempo dopo come bettolino per le truppe di occupazione, col nuovo nome di Café Militaire Francais. Durò così per tutta la dominazione francese, quindi riprese il suo nome ed infine, dopo il 20 settembre, si chiamò Caffè d’Italia. Ormai però era cominciata la decadenza ed i proprietari lo abbandonarono: i locali furono occupati dalla succursale della Banca Nazionale. Oggi il ricordo del Caffè Nuovo gode di un eccezionale privilegio: la bandiera tricolore che era issata all’ingresso del locale, fu rimossa dai francesi nel loro primo ingresso in Roma e figura agli Invalides fra le numerose altre bandiere, come se fosse un trofeo di guerra

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Sant’ Ivo alla Sapienza

Lanterna della cupola della chiesa di Sant’Ivo alla Sapienza (Francesco Borromini), realizzata a partire dal 1643. L’edificio “La Sapienza” che circonda la chiesa di S. Ivo era la sede della prima Università di Roma, voluta dal papa Bonifacio VIII con la bolla pontificia “in suprema praeminentia dignitatis” nel 1303 con il nome latino: «Studium Urbis»; pertanto è una delle più antiche d’Italia. Quando l’Università fu trasferita nella nuova grande struttura nel quartiere Tiburtino, portò con sè il nome “La Sapienza”