Roma Sparita | Storia e Cultura - Pagina 21 di 39 - «Un popolo che non conosce il proprio passato, origine e cultura è come un albero senza radici» (Marcus Garvey)

Roma Sparita | Storia e Cultura

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Una fettina de Roma

Quello è Ssant’Antonin de Portoghesi.
Sta strada larga è la Scrofa, miledi;
Che vva a Rripetta e ar Popolo, e da piedi
Termina a Ssan Luviggi de Francesi.

Ecchesce a la Stelletta; e cqui, llei vedi,
Trova leggni pe tutti li paesi.
Qua ss’entra a Ccampo-Marzo. E ll’antri mesi?
L’antri mesi er Ziggnore li provedi.

Quell’è er Teatro Palaccorda; e cquelli
Che stanno un po’ ppiù ggiù, ssò ddu’ palazzi,
Chiamati de Negroni e de Cardelli.

Ecco er Palazzo de Fiorenza; e infatti
Ce sta er Cònzole; e llà er Palazzo Pazzi,
Dove una vorta sc’ereno li matti.

Giuseppe Gioacchino Belli

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Li soprani der monno vecchio

C’era una vorta un Re che dar palazzo
mannò fora a li popoli st’editto:
“ Io sò io, e voi nun zete un cazzo,
sori vassalli buggiaroni, e zitto.

Io fo dritto lo storto e storto er dritto:
pòzzo vénneve a tutti a un tant’er mazzo:
io, si ve fo impiccà, nun ve strapazzo,
ché la vita e la robba Io ve l’affitto.

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Il pianto della scavatrice

[…]Stupenda e misera città,
che m’hai insegnato ciò che allegri e feroci
gli uomini imparano bambini,

le piccole cose in cui la grandezza
della vita in pace si scopre, come
andare duri e pronti nella ressa

delle strade, rivolgersi a un altro uomo
senza tremare, non vergognarsi
di guardare il denaro contato

con pigre dita dal fattorino
che suda contro le facciate in corsa
in un colore eterno d’estate;

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La cecala d’oggi

Una Cecala,che pijava er fresco
all’ombra der grispigno e de l’ortica,
pe’ da’la cojonella a ‘na Formica
cantò ‘sto ritornello romanesco:
– Fiore de pane,
io me la godo, canto e sto benone,
e invece tu fatichi come un cane.
– Eh!da qui ar bel vedé ce corre poco:

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Alessandro Verri

Le estreme delizie quanto più si sentono con l’animo tanto meno si possono esprimere con le parole. Mi conviene perciò trapassare in silenzio quelle che m’inondarono il petto nei primi giorni, veggendo il sacro Tevere, gli egiziani obelischi, l’Anfiteatro Flavio il quale giace come gigante sbranato, e le colonne che descrivono le costumanze della milizia, e gli archi trionfali, e lo spazio del Foro, e le ruine maestose dei Circhi e delle Terme e quanti avanzi della romana splendidezza empiono l’anima di soave meraviglia.

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7 ottobre 1943 – La deportazione dei Carabinieri romani nei Lager nazisti

“C’è una domanda che mi sono sempre posto. Io avevo 15 anni nell’ottobre del 1943 e mi ricordo che si diceva a Roma, circolava voce che i carabinieri fossero stati disarmati e deportati. Però nessuno sapeva niente di preciso. Poi si è saputo che erano stati deportati….però non se ne è mai parlato, non si onora la loro memoria, non si ascoltano le loro testimonianze….e io mi chiedo perchè.”

Il Ghetto si scalda alla luce di una splendida giornata di sole, degna delle migliori ottobrate romane, mentre Piero Terracina parla davanti alla telecamera. Pausa. Già, perchè? Si sa, ma non se ne parla. Piero ha insistito per far arrivare in televisione il suo appello ed ha ragione. Non è certo un evento storico secondario. Ma la sua domanda resta sospesa mentre col collega telecineoperatore Stefano Leonardi scegliamo i punti per le prossime interviste.

Cominciamo con un breve riassunto.

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Indolenza romana

L’autentico romano è questo qui:
risparmia er fiato ar massimo che po’,
dondola la capoccia pe’ di’ “No!”
e abbassa l’occhi si ha da di’ de sì.

Pe’ risponne ar telefono fa: “Si…”
Si ha da chiama’ quarcuno, strilla: “Aò!”
E quanno co’ le mano forma un “O”
vordì du’ occhi o un bucio da ingrandì.

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Er discorso de la corona

C’era una vorta un Re così a la mano
ch’annava sempre a piedi come un omo,
senza fanfare, senza maggiordomo,
senza ajutante…; insomma era un Sovrano
che quanno se mischiava fra la gente
pareva quasi che nun fosse gnente.

A la Reggia era uguale: immaginate
che nun dava mai feste, e certe vorte
ch’era obbrigato a dà’ li pranzi a Corte
je faceva li gnocchi de patate,
perché — pensava — la democrazia
se basa tutta su l’economia.

— Lei me pare ch’è un Re troppo a la bona:
— je diceva spessissimo er Ministro
— e così nun pô annà, cambi reggistro,
se ricordi che porta la Corona,
e er popolo je passa li bajocchi
perché je dia la porvere nell’occhi.

— Ma lui nun ce badava: era sincero,
diceva pane ar pane e vino ar vino;
scocciato d’esse er primo cittadino
finiva pe’ regnà soprappensiero,
e in certi casi succedeva spesso
che se strillava «abbasso» da lui stesso.

Un giorno che s’apriva er Parlamento
dovette fa’ un discorso, ma nun lesse
la solita filara e promesse
che se ne vanno come fumo ar vento:
— ‘Sta vorta tanto — disse — nun so’ io se nu’ je la spiattello a modo mio.