Roma Sparita | Storia e Cultura - Pagina 35 di 38 - «Un popolo che non conosce il proprio passato, origine e cultura è come un albero senza radici» (Marcus Garvey)

Roma Sparita | Storia e Cultura

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“L’uomo che rubava il Colosseo” di Gianni Rodari

Una volta un uomo si mise in testa di rubare il Colosseo di Roma, voleva averlo tutto per sé perché non gli piaceva doverlo dividere con gli altri. Prese una borsa, andò al Colosseo, aspettò che il custode guardasse da un’altra parte, riempì affannosamente la borsa di vecchie pietre e se le portò a casa. Il giorno dopo fece lo stesso, e tutte le mattine tranne la domenica faceva almeno un paio di viaggi o anche tre, stando sempre bene attento che le guardie non lo scoprissero. La domenica riposava e contava le pietre rubate, che si andavano ammucchiando in cantina. (continua …)

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I Tetti di Roma

La forma vera della città è in questo sali e scendi di tetti, tegole vecchie e nuove, coppi ed embrici, comignoli esili o tarchiati, pergole di cannucce e tettoie d’eternit ondulata, ringhiere, balaustre, pilastrini che reggono vasi, serbatoi d’acqua in lamiera, abbaini, lucernari di vetro, e su ogni cosa s’innalza l’alberature delle antenne televisive, dritte o storte, smaltate o arrugginite, in modelli di generazioni successive, variamente ramificate e cornute e schermate, ma tutte magre come scheletri e inquietanti come totem.

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Il Ponte dei Fiorentini

Il Ponte dei Fiorentini, o come lo chiamavano i Romani “er ponte de fero”, era una vera meraviglia dell’ingegneria di fine ottocento. Realizzato tra il 1861 e il 1863 dall’Ingegner Calvi del Genio pontificio, coadiuvato dall’ingegnere Montgolfier Bodin, su progetto dell’ingegnere Raffaele Canevari, fu il primo ponte sospeso costruito a Roma.
Posto tra Via Giulia e Via della Lungara, all’altezza della Chiesa di San Giovanni dei Fiorentini, da cui poi prese il nome, era un ponte completamente sospeso sul fiume. La sua campata di ben 93 metri per cinque di larghezza non poggiava infatti su piloni posti nell’alveo del fiume ma su due piloni e due piccole campate di 10 metri posti direttamente sulle rive del Tevere.

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Casetta de Trastevere

No nun è gnente è ‘n po’ de carcinaccio
Aspettate me tiro ‘n po’ più in quà
Me metto bbono bbono e che ve faccio
Sfasciate puro che io ve stò a guardà
E sotto quer piccone traditore
Come quer muro, me se sfascia er core
Casetta de Trastevere, casa de mamma mia
Tu me te porti via, la vita appresso a te
Tutti li sogni cascheno mattone pe’ mattone
E in mezzo ar polverone io nun te vedo più

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La Festa de’ Noantri

Nel pieno dell’estate c’è una festa antica che anima le vie di Trastevere, è la festa de’ Noantri. Già il nome denota il fortissimo attaccamento dei Trasteverini a questa festa: Noantri è proprio “Noi altri” in contrapposizione a “Voi altri”, ovvero a tutti coloro che vivono in altri quartieri, è quindi una festa speciale del Rione.
Le origini della festa sono molto antiche, almeno a partire dal 1535, e sono avvolte in un alone di leggenda.

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Roma sparita – Piazza Montanara

A Roma c’era una piccola piazza molto pittoresca di cui non rimane più alcuna traccia: Piazza Montanara. Si trovava a ridosso delle strutture del Teatro di Marcello, tra via Montanara e vicolo del teatro di Marcello, si allungava fin quasi alla chiesa di San Nicola in carcere, da cui la separava solo un piccolo isolato, e con un sistema di viuzze era collegata a quella che è ora Piazza Bocca della Verità.

Era una piazza alquanto pittoresca.

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P.P. Pasolini – Ragazzi di Vita: il Barcone del “Ciriola”

Dal Cupolone, dietro Ponte Sisto, all’Isola Tiberina dietro Ponte Garibaldi, l’aria era tesa come la pelle d’un tamburo. In quel silenzio, tra i muraglioni che al calore del sole puzzavano come pisciatoi, il Tevere scorreva giallo come se lo spingessero i rifiuti di cui veniva giù pieno. I primi a arrivare, dopo che verso le due se ne furono andati i sei o sette impiegati ch’erano rimasti sempre fermi sullo zatterone, furono i Riccioloni di Piazza Giudia.

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P.P. Pasolini – Ragazzi di Vita: Via Tiburtina

Sul cavalcavia della stazione Tiburtina, due ragazzi spingevano un carretto con sopra delle poltrone. Era mattina, e sul ponte i vecchi autobus, quello per Monte Sacro, quello per Tiburtino III, quello per Settecamini, e il 409 che voltava subito sotto il ponte, giù per Casal Bertone e l’Acqua Bullicante, verso Porta Furba, cambiavano marcia raschiando in mezzo alla folla, tra i tricicli e i carretti degli stracciaroli, le biciclette dei pischelli e i birroccioni rossi dei burini che se ne tornavano calmi calmi dai mercati verso gli orti della periferia.

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‘Na vorta

‘Na vorta a Roma mia
Se campava co’ du’ spicci
Se cantava in ogni via
Pe’ da’ sfogo a li capricci

‘Na vorta a ‘sta città
Nun mancava mai er fiato
Je serviva pe’ canta’
Storie e amori der passato

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Er Tevere

Mi nonno racconta che da ragazzino
Ner fiume più antico der monno latino
Quanno coceva l’afa ar mattino
Er ponte de Sisto era ‘n trampolino.

Piccoli e grossi, donne e vecchietti
Tutti giù ar fiume dar cielo protetti
Dalle borgate venivan gruppetti
Felici i più piccoli come uccelletti…