Roma Sparita | Storia e Cultura - Pagina 32 di 36 - «Un popolo che non conosce il proprio passato, origine e cultura è come un albero senza radici» (Marcus Garvey)

Roma Sparita | Storia e Cultura

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L’uno e lo zero

Conterò poco, è vero,
diceva l’Uno ar Zero.
Ma tu che vali? Gnente: proprio gnente.
Sia nell’azzione come ner pensiero
rimani un coso voto e inconcrudente.
Io, invece, se me metto a capofila
de cinque zeri tale e quale a te,
lo sai quanto divento? Centomila.
E’ questione de nummeri. A un dipresso
è quello che succede ar dittatore
che cresce de potenza e de valore
più so’ li zeri che je vanno appresso.

Trilussa

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L’invasione degli storni – Italo Calvino

C’è una cosa straordinaria da vedere a Roma in questa fine d’autunno ed è il cielo gremito d’uccelli. Il terrazzo del signor Palomar è un posto d’osservazione, da cui lo sguardo spazia sopra i tetti per un’ampia cerchia d’orizzonte. Di questi uccelli, egli sa solo quello che ha sentito dire in giro: sono storni che si raccolgono a centinaia di migliaia, provenienti dal Nord, in attesa di partire tutti insieme per le coste dell’Africa….continua a leggere

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I Carrettieri a vino – Massimo d’Azeglio

“Nel loro aspetto, ne’ loro atti, nel modo di stare, d’andare, di atteggiarsi, è un’espressione altiera, una sicurezza orgogliosa, che in nessun popolo del mondo m’è accaduto d’incontrare… Se li trattate alla pari, vi trattano bene anche loro. Ma, a voler guardarli d’alto in basso, si ricordano d’essere loro i Romani veri.
Adoperano carretti d’una forma che ha del grandioso, come dianzi accennavo, ed insieme d’una semplicità antica. Due lunghe e forti stanghe posano da una parte su due ruote alte, e dall’altra, in linea orizzontale, sul dorso d’un cavallo, anche esso d’alta statura, quasi sempre nero morato, con un’incollatura, una testa, un tutt’insieme che ricorda i cavalli dell’arte antica. Il carretto non ha parapetti. Semplici traverse Io connettono di sotto, sulle quali posano otto barili. Verso sera i carrettieri partono da Genzano, e viaggiano tutta la notte dormicchiando seduti sul barile più vicino alla groppa del cavallo, appoggiandosi da lato alla così detta forcina, che è un ramo d’albero fitto nel carretto, e che dividendosi come le dita della mani in rami minori, forma una specie di nicchia, che rivestono nell’interno con una pelle di pecora. Viaggiano per lo più in parecchi, uno de’ quali veglia (disposizione prudente in campagna di Roma), e così una lanterna di tela pendente sotto un carretto serve per l’intera carovana”.

Massimo d’Azeglio, I miei ricordi, 1867

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“L’uomo che rubava il Colosseo” di Gianni Rodari

Una volta un uomo si mise in testa di rubare il Colosseo di Roma, voleva averlo tutto per sé perché non gli piaceva doverlo dividere con gli altri. Prese una borsa, andò al Colosseo, aspettò che il custode guardasse da un’altra parte, riempì affannosamente la borsa di vecchie pietre e se le portò a casa. Il giorno dopo fece lo stesso, e tutte le mattine tranne la domenica faceva almeno un paio di viaggi o anche tre, stando sempre bene attento che le guardie non lo scoprissero. La domenica riposava e contava le pietre rubate, che si andavano ammucchiando in cantina. (continua …)

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I Tetti di Roma

La forma vera della città è in questo sali e scendi di tetti, tegole vecchie e nuove, coppi ed embrici, comignoli esili o tarchiati, pergole di cannucce e tettoie d’eternit ondulata, ringhiere, balaustre, pilastrini che reggono vasi, serbatoi d’acqua in lamiera, abbaini, lucernari di vetro, e su ogni cosa s’innalza l’alberature delle antenne televisive, dritte o storte, smaltate o arrugginite, in modelli di generazioni successive, variamente ramificate e cornute e schermate, ma tutte magre come scheletri e inquietanti come totem.

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Il Ponte dei Fiorentini

Il Ponte dei Fiorentini, o come lo chiamavano i Romani “er ponte de fero”, era una vera meraviglia dell’ingegneria di fine ottocento. Realizzato tra il 1861 e il 1863 dall’Ingegner Calvi del Genio pontificio, coadiuvato dall’ingegnere Montgolfier Bodin, su progetto dell’ingegnere Raffaele Canevari, fu il primo ponte sospeso costruito a Roma.
Posto tra Via Giulia e Via della Lungara, all’altezza della Chiesa di San Giovanni dei Fiorentini, da cui poi prese il nome, era un ponte completamente sospeso sul fiume. La sua campata di ben 93 metri per cinque di larghezza non poggiava infatti su piloni posti nell’alveo del fiume ma su due piloni e due piccole campate di 10 metri posti direttamente sulle rive del Tevere.

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Casetta de Trastevere

No nun è gnente è ‘n po’ de carcinaccio
Aspettate me tiro ‘n po’ più in quà
Me metto bbono bbono e che ve faccio
Sfasciate puro che io ve stò a guardà
E sotto quer piccone traditore
Come quer muro, me se sfascia er core
Casetta de Trastevere, casa de mamma mia
Tu me te porti via, la vita appresso a te
Tutti li sogni cascheno mattone pe’ mattone
E in mezzo ar polverone io nun te vedo più

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La Festa de’ Noantri

Nel pieno dell’estate c’è una festa antica che anima le vie di Trastevere, è la festa de’ Noantri. Già il nome denota il fortissimo attaccamento dei Trasteverini a questa festa: Noantri è proprio “Noi altri” in contrapposizione a “Voi altri”, ovvero a tutti coloro che vivono in altri quartieri, è quindi una festa speciale del Rione.
Le origini della festa sono molto antiche, almeno a partire dal 1535, e sono avvolte in un alone di leggenda.

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Roma sparita – Piazza Montanara

A Roma c’era una piccola piazza molto pittoresca di cui non rimane più alcuna traccia: Piazza Montanara. Si trovava a ridosso delle strutture del Teatro di Marcello, tra via Montanara e vicolo del teatro di Marcello, si allungava fin quasi alla chiesa di San Nicola in carcere, da cui la separava solo un piccolo isolato, e con un sistema di viuzze era collegata a quella che è ora Piazza Bocca della Verità.

Era una piazza alquanto pittoresca.

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P.P. Pasolini – Ragazzi di Vita: il Barcone del “Ciriola”

Dal Cupolone, dietro Ponte Sisto, all’Isola Tiberina dietro Ponte Garibaldi, l’aria era tesa come la pelle d’un tamburo. In quel silenzio, tra i muraglioni che al calore del sole puzzavano come pisciatoi, il Tevere scorreva giallo come se lo spingessero i rifiuti di cui veniva giù pieno. I primi a arrivare, dopo che verso le due se ne furono andati i sei o sette impiegati ch’erano rimasti sempre fermi sullo zatterone, furono i Riccioloni di Piazza Giudia.