Roma Sparita | Storia e Cultura - Pagina 33 di 35 - «Un popolo che non conosce il proprio passato, origine e cultura è come un albero senza radici» (Marcus Garvey)

Roma Sparita | Storia e Cultura

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Io… e l’asino mio

‘Na vorta ‘no scurtore de cartello,
Dopo fatto un Mosè ch’era un portento,
Je disse: «Parla!» e lì co’ lo scarpello
Scorticò sur ginocchio er monumento.

Io pure mo ch’ho fatto st’asinello
Provo quasi l’istesso sentimento;
Ma invece d’acciaccallo cór martello
Lo licenzio co’ sto ragionamento:

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‘Na predica de mamma

L’amichi? Te spalancheno le braccia
fin che nun hai bisogno e fin che ci hai;
ma si, Dio scampi, te ritrovi in guai,
te sbatteno, fio mio, la porta in faccia.

Tu sei giovene ancora, e ‘sta vitaccia
nu’ la conoschi; ma quanno sarai
più granne, allora te n’accorgerai
si a ‘sto monno c’è fonno o c’è mollaccia.

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J.W. Goethe – Viaggio in Italia: Appia Antica

“Oggi sono stato alla Ninfa Egeria, poi alle Terme di Caracalla e nella Via Appia a vedere le tombe ruinate e quella meglio conservata di Cecilia Metella, che dà il giusto concetto della solidità dell’arte muraria.
Questi uomini lavoravano per l’eternità ed avevano calcolato tutto, meno la ferocia devastante di coloro che sono venuti dopo ed innanzi ai quali tutto doveva cadere”

Goethe, Viaggio in Italia, 1786

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La fontana delle Tartarughe

Al Centro di Piazza Mattei si trova un vero e proprio gioiello: la fontana delle tartarughe.
Fu realizzata, tra il 1581 e il 1584, dallo scultore Taddeo Landini su progetto di Giacomo della Porta. Originariamente i quattro efebi avrebbero dovuto sorreggere dei delfini ma la soluzione non soddisfece la committenza (Gregorio XIII Boncompagni), probabilmente anche a causa della poca pressione dell’acqua in questo punto, e i delfini furono destinati alla prima versione della fontana della terrina (in Campo de’ Fiori, ora in piazza della Chiesa Nuova).

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Avviso

Er sinnico de Roma visto e visto …
che nun se pò annà avanti de ‘sto passo,
siccome nun fa sangue gnisun sasso,
j’ è necessario dà ‘st’annunzio tristo:

ch’er popolo de Roma tutto misto,
ricchi e pezzenti, quanno vanno a spasso
avranno da svenasse un tanto a passo
per ogni sercio ch’ averanno pisto .

La tassa è questa: un sòrdo ‘gni cratura,
un grosso l’artri. Insino a novo editto
resta aggratise er giro de le mura.

Er nerbo snerberà chi lo contraria
e aringraziate Iddio ch’ er sottoscritto
nun ve metti la tassa puro a l’aria.

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La bbocca de la Verità

In d’una cchiesa sopra a ’na piazzetta
un po’ ppiú ssù dde Piazza Montana
rape la strada che pporta a la Salara,
c’è in nell’entrà una cosa bbenedetta.

Pe ttutta Roma cuant’è llarga e stretta
nun poterai trovà ccosa ppiú rrara.
È una faccia de pietra che tt’impara
chi ha ddetta la bbuscía, chi nnu l’ha ddetta.

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Mal d’Amore

‘N’informazione stupida e curiosa
l’ho letta stammatina sur giornale;
e dice che l’amore è proprio un male
d’origgine maligna e misteriosa.

Er sintomo è ‘na fiacca generale,
che leva l’appetito d’ogni cosa,
e quanno che la panza è inoperosa,
viè l’urcera ar budello duodenale.

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J.W. Goethe – Viaggio in Italia: il Carnevale – Le Maschere

LE MASCHERE
Ed ecco le maschere sempre più numerose. Giovinotti travestiti da donne del popolino, attillati in costumi di festa, col seno scoperto, audaci fino all’insolenza, sono di solito i primi a far la loro comparsa. Fanno carezze agli uomini in cui s’imbattono, trattano in confidenza e senza riguardi le donne come loro pari, si abbandonano insomma a ogni licenza, come loro suggerisce il capriccio, lo spirito o la volgarità.(….)

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Il Carnevale Romano

“Il Carnevale di Roma non è precisamente una festa che si offre al popolo, ma una festa che il popolo offre a se stesso” (Goethe)
Con queste parole Goethe definisce la particolarità dei festeggiamenti del carnevale romano, che colpiva sempre molto profondamente tutti gli stranieri che assistevano a questi giorni di follia, anche da semplici spettatori, cogliendo appieno il carattere più speciale di questa festa caratterizzata da una fortissima partecipazione popolare. (continua)

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La Lucciola

Una povera Lucciola, una notte,
pijò de petto a un Rospo in riva ar fiume
e cascò giù coll’ale mezze rotte.
Ar Rospo je ce presero le fòtte.
Dice: “Ma come? giri con un lume
eppoi nemmanco sai.
dove diavolo vai?”

La Lucciola rispose: “Scusa tanto,
ma la luce ch’io porto nu’ la vedo
perchè ce l’ho de dietro: e, in questo, credo
che c’è stato uno sbajo ne l’impianto.
Io dove passo illumino: però
se rischiaro la strada ch’ho già fatta
nun distinguo la strada che farò.

E nun te dico quanti inconvenienti
che me procura quela luce interna:
ogni vorta che accènno la lanterna
li Pipistrelli arroteno li denti….

“Capisco,” disse er Rospo “rappresenti
la Civirtà moderna
che per illuminà chi sta a l’oscuro
ogni tantino dà la testa ar muro”.

26 ottobre 1916
Trilussa